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20:45

20.20
Il ticchettio dell’orologio mi angoscia, minuto dopo minuto, lo scorrere del tempo porterà all’inevitabile: mio marito tornerà a casa. Dovrei accettarlo: tutti i giorni, alla stessa ora, da 13 anni, lui ritorna alle 8.45 in punto. Sul volto il sorriso di chi felice ritorna a casa, luogo sicuro e accogliente, e la parlantina di chi desidera condividere a tutti i costi.

20.25
Penso, ripenso, potrò o no fare qualcosa? Stare ad aspettare non è da me. Curiosa e dinamica, ero imprevedibile, adesso annoio addirittura me stessa.
Ogni giorno mi sveglio alle 6.00, preparo la colazione per mio marito, lo sveglio con un bacio sulla fronte e vado a lavoro. La mia azienda, prima fonte di soddisfazione e passione, mi ha relegato a un anonimo lavoro d’ufficio. Sono il capo e, dopo aver faticato, è arrivato il momento di cedere il posto ai giovani e godermi i frutti che ho coltivato in passato, mentre qualcuno li coglie per me e io li spolpo senza più merito.
Dicevano che mi sarei goduta il meritato riposo e avrei avuto finalmente tempo per me.
Invece?

20.30
Mi sono fatta la doccia, spalmata la crema idratante, messo il pigiama di cotone egiziano e ho cotto a puntino la cena.
Mi chiedono come riesco a fare tutto, perché allora mi sento come se non facessi niente?
Dovrei essere appagata, non mi manca nulla.
Sento aumentare la temperatura del corpo, il sangue ribolle e le viscere si intrecciano in nodi indistricabili.

20.35
Mio marito si dedica ai servizi sociali, quasi non viene pagato e sono più i problemi che le soddisfazioni, eppure non si lamenta mai. Ogni mese mi confessa timidamente che non sa fino a quando gli rinnoveranno il contratto, ma non è triste. Perchè, perchè… Perchè?
“Amore, io lotterò e riuscirò anche questa volta”.
Io per cosa lotto? Lotto ancora? Avrei la forza per farlo?

20.40
Bevo un bicchiere di vino, per la foga si macchia la tovaglia bianca. Guardo quella piccola chiazza rotonda e porpora: è perfetta.
Chiudo gli occhi, l’adrenalina scioglie i nodi che immobilizzavano il mio corpo. Apro i cassetti, tiro fuori ogni cosa, veloce, non c’è molto tempo.

20.45
Non c’è più tempo.
– Amore, sono a casa! Indovina?! Oggi sono riuscito a portar via da un terribile istituto un ragazzo. Spero di aver trovato la famiglia giusta per lui, che possa stimolarlo magari. Non hai idea quanto sia dotato, sai, mi ricorda te: determinato e testardo! Amore?
– Devi sempre parlare?
– Anna, che succede… Hai il volto livido.
– Solo livido? Tu non ti accorgi mai di niente!
– Cosa stai dicendo? Tesoro, vieni qui. Hai le convulsioni, fatti abbracciare.
– Lasciami in pace! Vai via! Non puoi entrare in questa stanza!
– Perchè? Che hai fatto?
– No! Ho detto di andare via, non entrare!
– Così mi fai male, tesoro non buttarmi fuori. Cosa sta succedendo?
– Non ce la faccio più!
– Vieni qui, oh amore, non piangere, stringimi!
– No.
– Va bene, allora andrò via, se è quello che vuoi.
– Tu fai sempre quello che voglio, quello che è giusto per me. A te non ci pensi?
– Amore, ma ci sei tu, giorno dopo giorno, da vent’anni.
– Io sono annoiata, sono stufa di questa vita monotona!
– Cerco di fare il possibile per renderti felice.
– Devo tenermi occupata, scusa.
– Non capisco, che vuoi dirmi?

Il muro bianco della cucina, spogliato dai suoi quadri, si rivela in tutto il suo potenziale: una scritta viola acrilico splendente.
“Appassisco”.

– E io non voglio. Più.

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Lady Gaga è Morta

Caro Alessio, senza di te questo racconto avrebbe perso in realismo.

La tua passione verso la sua musica mi è stata d’ispirazione!

                                                                                                                         Grazie

Raccolta fotografica di Alessio

Cari piccoli mostri,

nessuno ci insegna a vivere, figuriamoci a gestire una vita da star.

Chiunque vorrebbe essere al mio posto, ma nonostante questo vorrei solo sparire e nascondermi. Non è giusto, sono un’ingrata; la vanità non mi permette nemmeno di provare sensi di colpa.

Sono arrivati gli applausi con le critiche, gli insulti insieme allo stupore: più venivo messa in cattiva luce, più la mia popolarità aumentava. In fin dei conti si tratta sempre di riflettori e lo scandalo mette in mostra più del volontariato, così li ho fusi creando Lady Gaga.

Resta di me l’apparenza di una donna che non mi appartiene, non la marionetta della casa discografica, ma la vostra bambola, miei piccoli mostri.

L’ascesa di un artista dipende dal suo talento nel fingere e così sono diventata un’attrice; l’effetto collaterale è stato trincerarmi nel mio personaggio pur di non farmi percepire come sono davvero, non ne ho il coraggio. È molto più rassicurante pensare che invadete la vita di Lady Gaga, eccentrica e feroce diva della musica pop, non la realtà di Stefani.

Ho indagato me stessa attraverso l’estremo, i costumi non erano mai abbastanza, come le mie performance che dovevano essere sempre più audaci e provocatorie. Dovevo farmi notare in un panorama in cui il singolo è invisibile così, i miei video violenti, diventarono un grido disperato, le urla di Stefani che, logorata, tentava di resuscitare.

Credete di conoscermi?

No, non potete, è un gioco di ruolo: ditemi chi devo essere e lo sarò! Ogni mio gesto è stato calcolato: strategia di marketing. Ho fatto la differenza, ma cosa ne resta se ogni azione è stata giostrata e manipolata per accattivarvi?

Non mi sono ispirata né ai Queen né a David Bowie, ho saputo sfruttare ciò che ha reso celebri i grandi artisti della musica senza imitarne l’arte, ma prediligendo la spettacolarità.

Non sono nemmeno la donna forte, estroversa e disinibita che ostento: ho dovuto lavorare sul mio corpo per poter apparire come voi mi volevate. Vi risparmio il cliché della povera ragazza che lotta contro tutto e tutti, anche contro se stessa, per ottenere il successo che sogna; ho sempre saputo cosa volevo e cosa fare per ottenerlo, sicura e determinata ho fatto il necessario e non me ne pento.

Mi costringete al cambiamento costante ed io, con abilità, riesco a renderlo un evento unico e mai visto prima. La definite novità?

Adesso però sono stanca di questa finzione, vorrei solo stare tranquilla, sedermi su una poltrona, aspettare che il barboncino Fozzi si accoccoli accanto a me e godermi quello che ho guadagnato sacrificando la mia personalità. Forse non è ancora troppo tardi per riuscire a ritrovare Stefani.

Com’è possibile che la ricerca del vero talento sia sfociata nell’ossessione per l’immagine?

Sia lo Show Business che lo Star System dipendono da voi, le celebrità sono il prodotto e voi il compratore.

È un gioco di specchi: voi imitate ciò che avete preteso, ciò che avete imposto, ma così facendo desiderate diventare prodotto a vostra volta, anche se è palese che ciò che si vende è solo fumo.

Non notate la contraddizione?

I veri talenti ci sono, ed è arrivato il momento che mi metta da parte, in fin dei conti il mio talento maggiore è il carisma camaleontico, non la voce.

Vi ho chiamato “piccoli mostri” perché non siete semplici fan, mentre voi mi avete considerato la vostra mamma; non posso fare a meno di sorridere se penso che siete stati voi a generarmi.

Il nostro legame è intimo e l’unico modo per liberarmi dal cordone ombelicale è reciderlo!

Non sono così dura come cerco di dimostrare ostinatamente, probabilmente è un altro dei miei tentativi di proteggermi.

Tutto quello che ho fatto non è mai esistito, ho solo dato voce al coraggio che non avete avuto, ma che in realtà possedete.

Addio piccoli mostri, dimenticatevi di Lady Gaga, amatemi per quella che sono davvero e che non conoscerete, oppure odiatemi con sincerità, non con invidia, né con ipocrisia.

La mai vostra

Stefani

MC

Si dondolava

fonte: Google Immagini, Escibidora06 non è proprietario della foto
Fonte: Google Immagini

Si dondolava, le piaceva farlo, soprattutto nelle giornate in cui il vento l’accompagnava nei movimenti e portava con sé il profumo dei tulipani bianchi. In quei momenti il sole le illuminava gli occhi azzurri, tenaci, che non si facevano intimorire dalla forza dei raggi del sole. Spregiudicata e fiera non le importava se il vestito le scopriva le gambe sottili, imbrunite appena da un’abbronzatura in formazione.
Si dondolava, le piaceva farlo, diventava lei stessa quell’altalena. La frenesia di andare sempre più in alto la faceva cadere, ma si rialzava subito, incurante delle macchie di erba sul suo abito e riprovava ancora. Non mi ha mai permesso di spingerla, sarebbe stato troppo facile, così, allungava le gambe per darsi spinta e le guance si colorivano di felicità ed entusiasmo.
Si dondolava, le piaceva farlo, nemmeno i suoi capelli ramati, sempre in disordine, riuscivano a stare al ritmo dei suoi movimenti. Questa sua vitalità aveva rapito molti cuori, ma, troppo presa dalla bellezza delle piccole cose, non se n’era mai accorta. La conosco da sempre, io stesso le ho costruito l’altalena e lei, per ringraziarmi, mi ha preparato del pane all’uvetta, avevamo undici anni.
A volte, sorseggiando un tè verde, mi diceva che avrebbe aperto una pasticceria, non una comune, ma una in cui i dolci si preparano insieme ai clienti: lei avrebbe messo le competenze, i clienti l’inventiva e i desideri. Ciò che la spingeva era l’idea che non ci fossero sapori che non potessero stare insieme, magari ci voleva solo un po’ di zucchero in più, magari ci voleva soltanto un uovo in meno. Sperava che nella sua pasticceria sarebbero venuti scrittori, musicisti, pittori per lasciarsi ispirare dai buoni profumi e immaginava che ogni tavolino avrebbe avuto un fiore appena colto e le pareti sarebbero state di colore pastello.
A volte, sdraiata sul prato, componeva melodie con un pianoforte immaginario, muoveva con grazia le dita nel vuoto e si commuoveva. Camminava scalza sull’erba rugiadosa chiudendo gli occhi per assaporarne i brividi che le procurava. Le emozioni nutrivano i suoi sogni e la sua personalità donava loro colore.
A volte urlava senza apparente ragione, era il suo modo di mandare via le frustrazioni e la negatività, non voleva esserne contaminata perché la vita è fatta di alti e bassi e non c’è ragione per lasciarsi condizionare.
Non piangeva, non si lasciava andare ai sentimentalismi, amava, senza eccessi e senza pretese. Non era perfetta, si mangiava le unghie e si grattava spesso la testa, parlava senza riflettere ed era testarda; quando era nervosa o pensierosa aggrottava le sopracciglia e borbottava finché un suo pugno non avrebbe stabilito che aveva ragione lei.
Le sue lentiggini sono l’enigma che ho sempre desiderato svelare, ma in lei non c’è risposta, non c’è soluzione, solo domande senza fine, pensieri che vagano e ritornano, si evolvono, si scompongono, si legano, non possono stare fermi.
La osservo, è sull’altalena e sorride, felice di poter avere l’illusione di volare, felice di essere viva, felice di poter osservare le prospettive che cambiano repentinamente a seconda del movimento, felice di avere me nella sua vita, felice di poter condividere ciò che le passa per la testa con chi la conosce meglio al mondo, con chi la ama senza riserve, con chi le chiederà di sposarla oggi, qui, mentre è sull’altalena.

MC

Adam e Simone

Bum, bum.
Bussano alla porta, io non apro, non voglio farlo.
Queste irruzioni in piena notte sono una fastidiosa routine!
«Adam, so che sei sveglio. Per quanto tempo ancora hai intenzione d’ ignorarmi? Io non demordo, mi conosci, posso essere ancora più assillante!»
Dovrebbe essere una minaccia, ma così peggiora solo la situazione: è una questione di principio.
«Dai Adam apri!»
Il suo monologo non mi stupisce più.
“Tu lo sai come sono fatto: io non penso. Non mi lasciare qui!”
«Uffa, tu lo sai come sono fatto, non penso… Non lasciarmi qui fuori.»
Come immaginavo.
“Questa volta non è colpa mia.”
«Questa volta non è colpa mia… Ora che ci rifletto, in effetti, la colpa è tua!»
Una variante, questa volta la colpa non è dei suoi amici scapestrati, delle sue ragazze lascive ma è mia: la colpa è mia. Mi chiedo, tra il divertito e il sorpreso, che avrà in mente.
«Sapendo come sono fatto dovresti essere previdente, io non ne ho le capacità. Non lasciarmi ancora ad aspettarti! La moquette è irritante! Aprimi!»
Un ulteriore e inevitabile sorriso m’increspa le labbra.
Come fa a trovare sempre un escamotage? Come riesce a convincermi a non lasciarlo fuori?
Controvoglia mi alzo dal mio confortevole letto, la sensazione dei piedi su l’impolverata moquette mi provoca uno strano solletico, ma incurante raggiungo rapidamente la porta: devo impedirgli di compiere l’ultimo passo del suo solito e perfido piano!
Riesco ad aprire in tempo: la luce abbagliante del corridoio mi costringe a strizzare gli occhi e ciò che mi si presenta davanti è una sagoma completamente bagnata ma irrimediabilmente di ottimo umore.
« Adam finalmente! Stavo per mettermi a cantare, e sai che l’avrei fatto! Ti ricordi che i nostri vicini hanno chiamato la polizia dopo che li ho deliziati con la mia versione di “Kung fu Fighting”?»
Il suo sguardo sognante mi ricorda quello dei bambini che parlano di una caramella particolarmente dolce che hanno mangiato per la prima volta. Così per non deludere le aspettative rispondo «Purtroppo si, ti sei preso un bel richiamo e io, purtroppo, sono stato costretto ad aprirti, come ogni volta. Però hai ragione la colpa è mia perché non ho il sonno abbastanza pesante per riuscire ad ignorarti!»
Sono rassegnato all’indole goliardica di Simone, non desidererei di meglio come coinquilino, almeno nella sua pazza routine niente è mai banale!
Lui con leggerezza chiude bruscamente la porta riportando la stanza al suo buio naturale e tuffandosi nel letto aggiunge:
«Dobbiamo elaborare un piano, non puoi sempre lasciarmi fuori.»
mi rimetto a letto anche io rispondendogli a tono:
«Sono io che ti lascio fuori? Hai una visione della realtà distorta. Ti ricordo che sei tu che sistematicamente dimentichi le chiavi e tornando ad orari assurdi, come adesso che sono le 4 e mezza del mattino, pretendi che io ti apra.»
La polemica è apparente, in realtà trovo la discussione spassosissima.
Simone però non risponde subito, come se in quel lasso di tempo stesse riflettendo. Se potessi vedere la sua faccia, di sicuro sarebbe corrugata in maniera esilarante!
Eterno Peter Pan, al di sopra della realtà, semplice, imprevedibile: questo è Simone.
«Bè, non è colpa mia se tu non ti godi i privilegi della vita universitaria! Abbiamo 22 anni, te ne sei accorto?»
Resto sgomento e ribadisco:
« Vedi che vivo la mia vita assecondando ciò che mi va di fare, non estremizzo, come te, la voglia di divertirmi. Adesso basta, ho sonno.»
Taglio corto mentre gli faccio una linguaccia per lui invisibile. Simone lo sa, la mia non è una critica al suo stile di vita, anzi, è un tentativo di occultare un sottile velo d’invidia, invidia che non ammetterò mai.
«Dalla prossima volta ti lascio le chiavi sotto il tappeto. Buonanotte!»
Mi rifugio sotto le coperte e sento un grugnito: la sua buonanotte.
Dei tonfi mi permettono di capire che ha buttato i suoi abiti completamente bagnati per terra, con la sua solita noncuranza.
Si sarà divertito molto allo schiuma-party, anche se io sinceramente non capisco come possa trovare accattivante quel genere di svago: troppo rumore, troppa gente. Mi sento pervaso dalla paura, dalla mia misantropia alienante e dall’inconsapevolezza di un desiderio celato a me stesso.
La facoltà di Matematica non è quella che si potrebbe definire passeggiata, eppure Simone dormendo tutto il giorno, facendo il minimo indispensabile, riesce a eccellere, mentre io passo la mia vita dietro ai libri. Non sono un fanatico dello studio, non è esattamente la mia priorità, sono molto svelto e non ho bisogno di perdere ore dietro formule e teoremi, è un vantaggio, ma le lezioni, il ripasso in biblioteca, li sento necessari, mi fanno sentire parte dell’università.
Inoltre ho bisogno di stimoli, ma non riesco a trovarli nelle stesse cose in cui li trova Simone, preferisco aprire la mente passando i pomeriggi a leggere. Lui basa la sua vita sul godimento massimo che può trarne, è un’esteta, un’edonista, mentre io traggo piacere dai romanzi che mi permettono di condurre molteplici vite! Solo in quei momenti mi sento veramente libero, ma è una libertà illusoria e prigioniera: sono trincerato in me stesso.
Io e Simone siamo così diversi ma accumunati da un grande buco nero interiore: solitudine, mancanza, vuoto.
I miei pensieri mi confondono, più penso più… non capisco.
Devo dormire.
Nemmeno il tempo di chiudere gli occhi e già la sveglia irrompe nel mio cervello sopito.
Alzarmi o non alzarmi? Questo è il problema.
Riflettiamo. Che lezioni dovevo seguire questa mattina? Che noia! Basta, buonanotte mondo!
Non è l’influenza di Simone, questo è certo.
Adam: nome di origine biblica che non mi si addice per niente. Non mi farei mai influenzare da una donna e soprattutto non credo in dio. Povera mamma, non poteva immaginare che portava in grembo un blasfemo. Magari questa è un’esagerazione, ma le mie convinzioni sono decisamente radicali e contrastanti, inconcepibili per la mia famiglia, per loro ogni cosa è tabù.
Hanno voluto cambiarmi o stimolarmi?
Mi hanno amato o semplicemente sopportato?
Sono orgogliosi di me o di quello che vogliono credere che io sia?

«Mamma, papà, ho deciso: farò matematica.»
Mio padre si avvicinò lentamente e con stanca pesantezza mi abbracciò.
«Fai ciò che credi sia giusto per te, non importa dove ti porterà, ma semplicemente cosa riesce a darti e cosa tu riesce a trarne.»
Non mi aveva mai parlato in quel modo, sembrava addirittura sincero.
Mia mamma mi guardò con sguardo apprensivo, le mani ancora insaponate, indecisa, anche un po’ preoccupata.
«Adam, matematica è… Ma non volevi fare Economia e Commercio per lavorare in azienda con tuo padre? Credevo ti piacesse lavorare a contatto con la gente, con tuo padre… Anche architettura andrebbe bene.»
Io la guardai senza lasciar trapelare emozioni, non sentivo niente.
«Mi piacerebbe tanto studiare fuori, mi piacerebbe tanto andare a Milano.»
Mi aveva attratto la possibilità di poter essere invisibile tra tanta gente, tra tanto movimento. Milano è grande, chi doveva fare caso a me?
Papà con una pacca sulla spalla mi fece capire che avevo il suo supporto, mamma, fece semplicemente la mamma, era dolcemente tesa: il suo bambino aveva fatto una scelta.

Apro gli occhi stordito. Che ore sono? Non lo voglio sapere. Perché dovevo ricordarmi di quel giorno, di quel preciso momento, l’unico che posso definire felice? Il brivido che avevo provato nel decidere di me stesso e di prendermi la responsabilità del mio futuro mentre i miei genitori non potevano niente, e ne erano consapevoli: è stata la mia prima grande soddisfazione.
In me convivono molte personalità e tendo di reprimere il reprimibile: emotività, mancanza di autocontrollo, impulso.
Sbarro gli occhi.
È vivere calcolare ogni cosa in ogni momento?
Sono le piccole cose ad affascinarmi tanto. Perché?
Un momento: Simone? Non c’è nel suo letto. La sua parte di stanza è anche ordinata. Qualcosa non quadra.
Mi alzo lentamente, la testa è dolorante come se fossi reduce da una brutta sbornia. Ho dormito troppo, quando di solito mi bastano quattro ore.
Afferro l’orologio digitale? 8.35.
La mia sveglia era puntata per le 6.00, ancora sono in tempo per andare a lezione, purtroppo. Quando ho deciso di fregarmene di quel rumore la mia speranza era almeno di riuscire a svegliarmi tardi per una volta, invece il mio buonsenso non mi permette di saltare nemmeno una lezione, avevo solo perso il tempo per la mia corsa mattutina, poco male, vuol dire che farò un’ora in più di palestra.
Cammino, ancora intontito, verso il bagno ma proprio sulla porta tre post-it gialli attirarono la mia attenzione:
– Carissimo buondì! Il dovere mi chiama, una fanciulla in difficoltà richiede la mia presenza e lo sai un buon cavaliere deve fare il suo dovere!
Un piccolo smile con l’occhiolino faceva perfettamente intendere le sue intenzioni.
Il successivo biglietto è ancora più esilarante, a dir poco sarcastico.
– Tranquillo, non mi prendi in giro spegnendo la sveglia, tanto lo so che ti sveglierai in tempo per andare a lezione.
Mi conosce fin troppo bene o sono così prevedibile?
– Ps: Spesa. Cibo. Fame.
No, l’avevo dimenticato! Tocca a me fare la spesa oggi! Non ne ho proprio voglia, poi è strano che me l’abbia ricordato proprio Simone, sicuramente ci sarà qualcosa sotto.
Curioso mi avvicino a quel piccolo frigorifero e lo apro. Lo scenario che mi si presenta è post apocalittico: la desolazione. Il frigorifero sembra addirittura implorarmi di essere riempito.
Come ci siamo ridotti? Un’illuminazione improvvisa mi da una risposta! Simone! Lui ha trovato il modo perfetto per scaricarmi lo spiacevole compito. Toccava a lui la settimana scorsa, ma la mia noncuranza per il cibo gli ha permesso di temporeggiare fino alla settimana del mio turno.
Ghigno in maniera falsamente maligna, niente è irrimediabile.
Prendo un post-it e con una penna viola inizio a scrivere.
– Vado a lezione, non torno a casa. Devi pensarci tu alla spesa oppure… la mia ira funesta incomberà su di te! Sai a cosa alludo.
Quanto sono perfido! Simone ricorda ancora cosa gli ho combinato l’ultima volta, non ricordo perché mi aveva fatto arrabbiare, però, per un intera settimana l’ho svegliato al mio stesso orario con un secchio di acqua gelida e cubetti di ghiaccio!

MC

Quando il raffreddore non è un semplice “etciù”

Per Giuseppe

Lo strano bambino non smette di starnutire, un anomalo formicolio al naso non gli dà tregua, gli occhi gli lacrimano e diventano sempre più lucidi e rossi.
Cosa può fare l’inerme Louis contro l’insopportabile raffreddore? Si soffia il naso, prende le medicine che gli ha dato il dottore e ascolta i consigli della mamma: purtroppo per lui non si notano miglioramenti.
Se non fosse questo il reale problema?
Il medico, con la superficialità di chi ha visto altri mille casi come questo, non si pone nemmeno il problema; la madre, felice di avere in casa il suo piccolo bignè alla crema, non si lamenta, anzi si sente valorizzata per le cure e attenzioni che può dare al pre-adolescente, infastidito, Louis.
Noi? Adesso indaghiamo!
Con discrezione ci avviciniamo alla fonte del fastidio e mentre ci rimpiccioliamo il nasino a patata si trasforma in una fortezza spaventosa. Un pesante odore di gelato, misto a salsiccia condita, sembra ostacolarci. Noi siamo più forti, ci muniamo di bombola di ossigeno e ci infiltriamo lo stesso, con audacia.
All’entrata, tutto fuorché invitante, notiamo un porpora d’infiammazione mentre l’eco di una vocina stridula ci incuriosisce.
« Dannazione, adesso devo ricominciare dall’inizio!»
Ma chi è? Cosa deve ricominciare?
Rapidamente ci dirigiamo verso quella voce e l’oscurità di quel luogo viene rimpiazzata da una luce da miniera.
Lo scenario stupirebbe chiunque, ma non noi, avventurieri professionisti: il pavimento umido e appiccicoso è cosparso di pennelli di varia misura, da barattoli stracolmi di pittura e stracci.
« Ma voi chi siete? Come vi permettete a disturbarmi nel mezzo del mio lavoro! Questa è proprietà privata!»
« Ci scusi, non volevamo disturbarla, eravamo incuriositi dal suo affanno e volevamo chiederle che sta facendo di interessante! »
«Interessante? Qui va tutto a rotoli! Voi che ne potete sapere… Sono giorni che cerco di imbiancare le pareti di questa casa, senza successo… Volevo solo renderla più accogliente… Eppure ogni volta che ci riesco un vortice paranormale mi butta fuori, espellendo me con tutta la vernice, che solo io so quanto mi è costata! Questo posto è infestato!»
« Non vorrei essere io a darle questa notizia, però vorrei far notare che quello che lei si accinge a dipingere non è un muro qualunque e il posto che lei definisce casa non lo è.»
«Volete farmi credere che io, con la mia esperienza centenaria di folletto imbianchino, non saprei distinguere un muro da chissà quale altra stramberia? Andatevene, se non volete darmi una mano è inutile che restiate!»
Accondiscendiamo, il poveretto, nella sua testardaggine, non vuole né vedere, né sentire altro.
Osserviamolo.
È basso, anche per gli standard microscopici; è verde, anche per gli standard del viscidume che infesta questi luoghi.
Come un forsennato e con velocità scattante fa brillare della strana tintura luccicante ciò che lui definisce pareti, ma che io chiamo narici. Improvvisamente però tutto trema, un terremoto ci impedisce di stare in piedi.
«Oh no, di nuovo. Aggrappatevi!»
Noi non ci aggrappiamo, anzi ci attacchiamo ai piedi del folletto per tirarlo via con noi e liberare il povero naso stremato di Louis.
«Cosa fate, no! Ancora devo essere pagato!»
Un fragoroso “etciù” ci porta via dalle cavità nasali e finalmente facciamo scivolare le pesanti bombole e liberarci della fastidiosa attrezzatura.
Mentre riprendiamo le giuste distanze e proporzioni notiamo il sospiro di sollievo di Louis che subito inizia a sentirsi meglio, ma non possiamo fare a meno di accorgerci invece delle urla del folletto che non smette di imprecare.
« No, adesso come ci ritorno lì dentro? Maledetti, maledetti! Al giorno d’oggi non si può nemmeno lavorare onestamente!»
Forse dovremo riflettere…
La salute di Louis è più importante del sudato lavoro del folletto?

MC

Lettera a un Padre Assente

Egotico, egocentrico ed egoista o, per lo meno, mi hanno definito così. Mi viene da ridere, sogghigno nervosamente: queste parole stanno per prendere vita.
Tutti hanno preteso, tutti hanno preteso un Emiliano che non sono ed accondiscendendo alle asfissianti convenzioni sociali ho dimenticato chi sono. L’ho permesso, sono colpevole.
Mamma non voglio che tu pianga, non c’entri. Tuo marito, si, papà è il responsabile e questa lettera è per lui!

Caro Papà,
ti è mai passato per la mente di instaurare un rapporto tra noi? Non tra pari, figuriamoci, per te sarebbe privo di senso, intendo un semplice rapporto padre-figlio. Forse ti sfugge il significato di questo singolare tipo di relazione, ma nelle famiglie normali padre e figlio condividono esperienze, sono l’uno l’orgoglio dell’altro, provano affetto reciproco. L’hai mai ritenuto possibile? Probabilmente no, sei così chiuso nella convinzione di essere una divinità da considerare gli altri miseri schiavi, utili solo per ergere templi in tuo onore. Non importa quanto sangue viene versato, nessuno è degno della tua considerazione.
Non l’avrai notato, però, tra me e gli altri vi è una insulsa, piccola, futile, differenza: io ero tuo figlio, il tuo unico figlio. Ero solo un bambino, ero un bambino…
Per te non è mai stato importante niente di tutto quello che facevo per attirare la tua attenzione: costruivo castelli con i lego, con la cera pongo, li dipingevo e con le pentole disturbavo i tuoi delicati timpani con ritmi primitivi.
L’unica cosa che sapevi dirmi era:
«Credi che possa reggersi in piedi una cosa del genere?»
«No, non ci siamo. Perché ti ostini?»
Certo, il discorso poteva anche sembrare corretto, solo che non ti rendevi conto che avevo solo tre anni…tre!
Ma io non demordevo e continuavo a ripetermi: continua, prima o poi in qualcosa di buono riuscirai e papà sarà fiero di te. Ho smesso di perdere “tempo” con i fortini e ho iniziato a progettare case, ad imitare i tuoi grandi progetti, tentando di apportare un contributo: volevo aiutarti, volevo stare con te.
Non l’avessi mai fatto, vedendo i miei lavori li hai distrutti in mille pezzi disintegrando la mia autostima: avevo sei anni.
Quando andai a scuola l’impatto fu traumatico, mi prendevano in giro: lo sapevi? No, non ti è mai importato. Adesso invece sei costretto, anche se probabilmente non stimolerà il tuo interesse io voglio farlo lo stesso!
A differenza degli altri bambini, sapevo leggere, scrivere, districarmi senza problemi con le operazioni e passavo la maggior parte della ricreazione a disegnare e progettare piccole invenzioni che puntualmente mi venivano rotte dai simpatici calci dei miei compagni mentre cantavano in coro:
«Emiliano, Emiliano,
tu si che sei un po’ strano,
noi non ti vogliamo
e così in giro ti prendiamo.»
Piangevo ed il tentativo di farli smettere da parte delle maestre era inutile. Mi sono costretto a comprendere il significato della vita sociale e mi sono chiesto: cosa piace ai miei coetanei? La risposta era ovvia: ai bambini le macchine, alle bambine le bambole. Non capivo il perché di questi stereotipi indotti, ma li ho sfruttati per fare amicizia e mentre per i bambini costruivo modellini di macchine, per le bambine delle bambole da abbracciare. Questo mi ha permesso di diventare popolare e così ho continuato.
Alle medie ed al liceo gli interessi erano un po’ più sofisticati, la dinamica, però, era sempre la stessa: contava solo l’immagine e la perversione sociale imponeva un tira e molla fra i due sessi.
Il mio essere figlio unico in una famiglia benestante mi ha agevolato nella voracità consumistica generazionale: bei vestiti e privilegi, ero circondato da tantissimi “amici”, che amici non erano, e le ragazze ci provavano nei modi più lascivi e sensuali. Io facevo lo snob, mi pavoneggiavo come se nessuno fosse alla mia altezza, avevo paura di poter provare sentimenti. Non sopportavo l’idea di venire rifiutato, rifiutato come hai fatto tu. Grazie a te non ho avuto una vita sociale sana, sei contento?
Mamma, al contrario tuo, era fiera di me, ero il più bravo della classe, anzi, della scuola, vincevo concorsi, borse di studio ed eccellevo in ogni attività che decidevo di praticare.
Non avevo bisogno di studiare, capivo molto e memorizzavo in fretta: memoria eidetica l’avevano definita.
Grazie agli infiniti libri che divoravo riuscivo a prendermi cura da solo della mia moto ed anche del sassofono che mi aveva regalato mamma.
Non ti chiedevo mai niente, non ne avevo bisogno.
Ti sei mai accorto che riparavo tutto io a casa? Mi occupavo di ogni cosa, dalle riparazioni semplici a quelle complesse ed ero molto più competente di quei professionisti che chiamavi e li mettevo puntualmente a disagio con le mie domande e il mio fargli notare le inesattezze.
Per te restavo un fallito e le mie invenzioni ti facevano ridere: per il compleanno ti ho regalato un rasoio elettrico che non irritava la pelle, era privo di lame e la rasatura veniva impeccabile. Tu non l’hai mai usato, diffidavi perché non mi ritenevi capace di niente.
Di nascosto manomisi la tua poltrona preferita per evitare di farti venire mal di schiena: quando ti addormentavi ti evitava quelle posizioni innaturali e scomode e ti portava direttamente a letto. No, non te ne sei mai accorto, come se fosse consueto risvegliarsi in un luogo diverso da quello in cui ci si è appisolati.
Cieco, sordo! Quando te lo rinfacciavo non facevi altro che sbraitare riguardo la loro inutilità, considerandole derivate dalla mia radicata pigrizia. Pigro? Mi svegliavo tutte le mattine alle cinque per poterti vedere prima che tu andassi a lavoro e mentre aspettavo di andare a scuola progettavo qualcosa che potesse finalmente stupirti o, quando ero particolarmente triste, dipingevo i miei dolori.
È privo di senso continuare quest’elenco di “inutilità”, le hai ignorate all’ora, perché dovrebbe essere diverso?
Grazie a te ho imparato a distruggere e come vedi ho distrutto tutto. L’unica cosa che ti lascio è il progetto della casa in cui avrei voluto abitare con Cristina. Chi è Cristina? Cristina è l’unico amore della mia patetica vita. Prima di incontrarla ero troppo concentrato su di me, su di te, per vedere gli altri ed ero troppo spaventato a causa tua per fare entrare qualcuno nella mia vita. Eppure al compleanno di Elsa, Elena mi presentò questa ragazza. I suoi grandi occhi verdi, profondamente malinconici, mi hanno provocato un’esplosione di emozioni talmente intense, da costringermi a tornare a casa immediatamente: ne ero sopraffatto. Quella notte non sono riuscito a dormire e ho iniziato a scrivere delle lettere. Da quel giorno, invece di perdere tempo a costruire ciò che tu definivi “inutili” ed “improduttivo”, ho dedicato ogni mio sforzo per lei: ho iniziato a comporre della musica, tu mi urlavi di smettere con quell’assordante rumore, ed ho iniziato a dipingere con impegno. Purtroppo nessuno stile era sufficiente; dall’astrattismo al manierismo fiammingo, dall’impressionismo all’espressionismo, nessuno riusciva a risolvere l’enigma dei suoi occhi.
Le tue considerazioni smisero di valere, c’era lei solo lei. Lei che stava vivendo dei problemi che tu, piccolo borghesuccio viziato e presuntuoso, non potrai mai capire! Dovevo aiutarla, dovevo fare qualcosa e ho provato di tutto per vederla, sono diventato pazzo nel tentativo ma purtroppo lei si era chiusa in se stessa, era impenetrabile, ed io lentamente mi sono alienato nel mio dolore, dolore che era il suo.
Non mi sono arreso fino ad oggi pomeriggio: l’ho rivista, ma è troppo tardi, è morta dentro… Non sono riuscito nell’unica cosa che davvero era importante e, vedendola così, sono morto anche io, sono morto senza di lei.
Adesso prenditi le responsabilità del padre che non sei mai stato e fai l’unica cosa che ti sto chiedendo di fare: va da lei e dalle le lettere che le ho scritto, le trovi all’interno della scatola accanto a questa lettera.
Ormai non potrò più deluderti, ho deciso di costruire qualcosa per l’ultima volta: questa stanza diventerà il mausoleo del tuo fallimento e del mio.
Addio papà, mi dispiace di non essere riuscito a dimostrarti niente, credo che se tu non mi hai mai visto sia stato per colpa mia.
Dalla mia vita inutile me ne vado inutilmente.

Emiliano

P.S. Per favore, e te lo chiedo con le mie ultime forze, fa si che almeno per Cristina non sia la fine.

Le lacrime increspano il foglio che lentamente volteggia verso il pavimento.
Salvatore riesce a vedere suo figlio per la prima volta, troppo tardi.

MC

L’unica lettera di Cristina Donato

Non credo sia semplice, nessuno sa mai con certezza quale sia il giusto modo di affrontare una situazione del genere. Tu c’eri per me, riuscivo a sentirti, la mancanza di fiducia in chi mi circondava, ma soprattutto in me stessa, mi ha accecato e impedito di raggiungerti in tempo. Non potrò mai rimediare a all’errore, non posso perdonarmelo. È irrazionale, ma è proprio questo che lo rende reale. Non posso dimenticarti, non potrò farlo, anche se adesso le nostre vite sono inesorabilmente divise. I tuoi occhi non si poseranno delicatamente sul mio viso, le nostre ciglia non si baceranno, le nostre mani non si uniranno.
Abbiamo perso, abbiamo perso il tempo, abbiamo perso un dono e con esso la vita. Tu non hai fallito, no, la persona che non è riuscita ad essere all’altezza sono stata io. La paura mi ha incatenato in una morsa violenta e inarrestabile e non sono riuscita a raggiungerti. Per me eri un sogno, non riuscivo a comprendere che invece eri reale.
Non ci sono stata, non l’ho fatto; mi maledico. Non riesco nemmeno a essere coerente e lasciarmi andare. Le tue lettere erano una cascata violenta e rapida di sentimenti e vita, mi hanno travolto, l’acqua mi ha travolto e trascinato lontano, ma non mi sono persa, ho ritrovato la giusta via. -Avrei voluto poter essere ciò che tu sei per me, sei perché non smetterai mai di esserlo, sei perché non esistono distanze tra di noi. Non importa che tu sia qui, non importa che tu sia andato via, importa ciò che abbiamo condiviso. Quella sera i nostri sguardi ci hanno lasciato l’uno nell’altro segni indelebili, non conta per quanto tempo staremo lontani, non importa neanche se ci sarà o meno un dopo, so che tu sei dentro di me da quell’indelebile sera e non ti lascerò mai andare, tu non l’hai fatto, fino all’ultimo. C’eri, silente, ma c’eri, e io farò lo stesso, darò fiato alle tue parole e ti renderò immortale perché tu per me lo sei, comunque vada tu sei e sarai. Le tue lettere, i tuoi dipinti, le sculture, le tue foto e le tue registrazioni musicali sono un’arma potente. Tu non vivi attraverso ciò che hai realizzato, esse vivono attraverso di te e non potranno mai soccombere.
Mi rendo conto che sembrerà inappropriato, però ti immagino mentre con una penna mal temperata di accanisci su un foglio lacerato. Le linee non ti soddisfano, così, con decisione impertinente tracci solchi sorprendenti e geniali. Il modo in cui ti rapporti con le geometrie è voluttuoso e armonioso, che siano linee curve o spigolose, il risultato è sempre leggero, semplice, luminoso, bello. Non ho le conoscenze adatte per descrivere i tuoi bozzetti, ma credo che siano in pochi a poter vantare la capacità di emozionare attraverso il disegno di un edificio. ¬-I colori forti dei tuoi dipinti ad acrilico, l’energia che si propagava attraverso il suono della tua tromba, emanano un vigore visivo e acustico che solo chi ha il coraggio di provare sentimenti può trasmettere. Non solo eri, ma sei e rimarrai tu l’opera d’arte più. Un essere umano capace di concentrare in se tutto il tormento esistenziale e tutto l’amore per una vita che non è sufficiente per chi la vive.
Mi sono ritrovata sconvolta da te, dalla tua persona. Io so chi sei, anche se adesso ogni parte di te mi circonda senza te, mentre prima mi circondavi senza esserci. Le tue lettere mi sembrano così familiari, mentre le leggo ti ritrovo davanti a me, ti immagino mentre le componi e non c’è parola migliore di quelle che tu utilizzi: mettendole l’una accanto all’altra si crea musica. Cosa sarebbe cambiato se ti avessi permesso di raggiungermi? Forse saremo insieme, forse ascolteremo Jazz mentre tu disegni e io ti osservo assorta. Sarebbe stato bello, tu ci credi? Io si. -Non posso pensarla diversamente, tu sapevi tutto di me… Eri tutto, sei dentro di me… e adesso? Oh, non ce la posso fare! Ti ho fatto una promessa, io le promesse le mantengo. Ho la consapevolezza di te, di te che non ci potrai più essere, e ho la consapevolezza di aver perso la mia vita per colpa della mia vanitosa paura. Mi è permesso odiarmi? Mi è permesso? Per colpa mia non ci sei più, ma pagherò la mia pena: vivere la mia vita senza di te, sentendo ogni giorno il peso della tua assenza, contando i minuti di ciò che non c’è e che poteva esserci, soffocando ogni mio pianto. Non posso piangere, non ne ho il diritto, me lo merito. Sarò forte, lo sarò per te e per quello che hai fatto. Il valore è una convenzione, lo posso attribuire e lo posso considerare per ciò che esso è: niente. Da ciò che vale lo tratterò e inizierò a mettermi in gioco. Tu mi hai insegnato che assecondando chi si è si può vincere la società malata che ci opprime, reprimendosi non si fa altro che sprofondare. L’omologazione è genetica, ma solo chi ha il coraggio di vivere il suo essere singolare può essere felice, nonostante le conseguenze. Non mi fa più paura il rifiuto, non voglio più curarmene, non voglio più perdermi niente, perdere te è stato il dolore più profondo e incolmabile, non esiste niente di peggio, quindi non ho più paura. -Non doveva essere così, non doveva essere la tua assenza a farmelo capire, no… eppure le tue lettere, la mia unica e patetica ne sono la prova. Purtroppo non so se parlare al passato o al presente, parlerei al passato perché tu non ci sei, ma parlerei al presente perché sei una presenza assidua, nonostante l’assenza fisica. Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace… Mi dispiace di non essere riuscita a darci una possibilità, mi dispiace di essere stata così immatura, mi dispiace di non essere riuscita a darti ciò che tu hai dato a me. La tua assenza non cambierà ciò che è sempre stato e sarà questa consapevolezza a non farmi sentire più sola, nemmeno tu lo sei, nemmeno tu lo sei stato mai. Io c’ero, ma non lo sapevi, non lo sapevo nemmeno io…
Tu adesso sei morto…E io che posso fare? Ho solo questa stupida lettera, stupida perché non la leggerai mai, stupida perché ho solo questa per dirti che ti amo. Anche io sono capace di amare e amo te, solo a te, per sempre te.

Magari quel giorno al bar, magari, se non fossi stata troppo codarda, sarei stata io a prendere l’ordinazione, magari tu avresti chiesto due caffè e magari io, timidamente, ti avrei chiesto se aspettavi qualcuno e magari tu mi avresti risposto che aspettavi che finissi il turno. Magari, mi sarei seduta accanto a te e sarei riuscita a chiederti di quella lettera che scrivevi e magari tu mi avresti risposto che era per il tuo unico amore che finalmente ti sedeva accanto.

Questo sarebbe stato il nostro finale, finale di una storia senza fine.

 

MC