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Lei

Lei riposa.

I suoi sospiri riecheggiano nella stanza completamente vuota, mentre le gocce di cioccolato cercano di scaldarla.

C’è fin troppo freddo.

La condensa scivola sulle pareti spoglie e si cristallizza con lentezza. Il rumore croccante e umido la sveglia. Lei apre lentamente i suoi occhi di burro e vaniglia, e si accorge di essere ancora dentro la stanza.

I suoi occhi feriscono, squarciano le pareti .

Freme.

Il suo profumo invade quel luogo gelido, mentre i suoi lamenti fanno vibrare l’aria.

Cerca di sentire rumori dal mondo esterno, quel mondo che l’ha creata con la violenza delle fruste e la dolcezza granulosa dello zucchero, ma non riesce a sentire nulla: è intrappolata in quel mondo statico e freddo.

Basterebbe che qualcuno poggiasse la mano sulla maniglia grigia e, aprendo la porta, la vedesse lì, sola, immobile con le sue gocce di cioccolato.

Basterebbe solo che quella persona avvicinasse il dito verso di lei e con un rapido gesto ne prendesse un po’.

Basterebbe che quella stessa persona se la portasse alla bocca per sentire il suo sapore soffice e vanigliato. E in quel momento capirebbe di volerla condividere con qualcuno a cui tiene, magari gustandola dallo stesso cucchiaio.

Lei non vuole essere mangiata distrattamente, vuole essere gustata, vuole essere assaporata per donare l’energia data dalle gocce di cioccolato che non si vedono dalla superficie perfetta e liscia, ma che dentro di lei ribollono dalla voglia di emergere ed essere scoperte.

Perché lei è buona, ma viene resa favolosa da qualcosa che non ti aspetti: quelle gocce di cioccolato, extrafondente.

Si potrebbe credere che siano troppo aspre, ma quando la cioccolata si scioglierà insieme a lei sulla lingua di chi la vorrà sentire, allora capirà che niente è più dolce di qualcuno che porta dentro di sé l’amaro che danza con la morbidezza.

Lei e la cioccolata extrafondente si cercano, si fondono, si riappropiano: si respingono per aversi, per possedersi, per rimanere in equilibrio.

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Rosso di turbamento

Odio pulire casa, è noioso e il ritornello sempre uguale: spolvera, spazza, smacchia.
L’odore dei prodotti mi stordisce provocandomi una brutta tosse che, unito a una fastidiosa allergia alla polvere, infierisce facendomi starnutire: l’insieme fonico risulta grottesco, anche se ritmato. Gli amici, prevedibilmente, mi prendono in giro chiamandomi “Donna di casa”, appellativo sessista e anche banale: avevo suggerito loro “Swifferman” o “Aspirapolvere umana”, senza avere successo.
Il salotto è un disastro, nel momento in cui credo di aver terminato il trasloco spunta un nuovo pacco intenzionato ad inquietarmi; secondo me, gli scatoloni, indispettiti dal viaggio, si nascondono volontariamente per tormentarmi con le loro apparizioni improvvise.
Di fronte a me un malvagio sopravvissuto mi guarda minaccioso, come per dire: «Svuotami se hai il coraggio!».
Deglutisco, mi faccio forza e lo apro: dei banalissimi piatti mi salutano contenti perché finalmente potrò pulirli in modo da ripristinare il candore originale. Non condivido il loro entusiasmo, occuparmene comporta un’altra messa in scena di “tosse e starnuti show”, a discapito della gola e del naso.
Ritorno in salotto e noto delle sigarette sul tavolino. Mi avvicino sospettoso: Black Devil alla vaniglia. Non è possibile, sono quelle che fumava Lara!
Prendo dei respiri profondi, ho l’indole nevrotica, meglio non farsi prendere dal panico.
Chiamo Ettore, il mio gatto, il mio antistress, per avere il suo conforto: si avvicina lentamente e con estrema fatica a causa del suo pancione.
– Vieni qui pigrone! Dov’eri? Di nuovo in camera mia? Lo sai che lì non puoi entrare!
Le fusa di risposta mi fanno intuire che è proprio questo che l’attrae, ma del mio rimprovero non gli importa niente.
Osservarlo mi ricorda il giorno in cui me lo regalarono:
– Adesso dovrai diventare più responsabile, magari riuscirai a smettere di pensare solo a te stesso!
Il monito delle mia fidanzata è manifesto, oh, ex fidanzata. Non riesco ancora ad abituarmi alla sua assenza, sento la sua mancanza. Per lei ho deciso di andare a vivere da solo, volendo dimostrare che sarei riuscito a crescere: purtroppo presi la decisione troppo tardi.
Mi guardo intorno, Ettore sembra sparito, ma lo ritrovo in cucina a sgranocchiare croccantini, che io non gli avevo ancora dato!
Nessun rumore sospetto, nessuna ombra inquietante.
Ritorno in salotto e le sigarette sono sparite.
Autocontrollo, serve solo autocontrollo: le sigarette le avrò immaginate probabilmente, e i croccantii ho dimenticato di averli già dati a Ettore. Con tutte le cose che sto facendo oggi non ci avrò nemmeno fatto attenzione.
Non voglio indugiare oltre: dove ero rimasto? Il salotto!
Mi riapproprio della scopa e la uso come se fosse un microfono, potrei essere un cantante eccezionale se non fossi così stonato.
Avrei dovuto dire imbranato, visto che sono inciampato nella paletta al primo tentativo di raccogliere i residui di polvere!
Sdraiato sul pavimento, vedo volteggiare un foglio che si poggia delicatamente sulla mia fronte.
Lo leggo:
– Matteo, sei stato scelto.
Scelto?
– Ti controllavamo da tempo.
Mi controllavano?
– Smettila di ripetere.
Smettila di ripetere?
Cosa succede? Chi ha scritto quel biglietto? Ho capito, sono morto e finito all’inferno, nel girone degli ossessionati dalle pulizie!
Osservandolo meglio noto che la calligrafia non mi è nuova, c’è solo una persona che scrive i puntini delle “i” con dei cerchietti paffuti. Mi indispettiva parecchio il suo sarcasmo, spargeva per casa biglietti come questo, sfruttando le mie paranoie con la sola intenzione di turbarmi.
Mi sembra ancora di vederla mentre mi viene incontro con il suo vestito rosso, riesco a percepire anche il suo profumo.
La chiamo, sì, la chiamo!
Il telefono squilla, ho le palpitazioni. Risponde, mi viene un infarto.
– Sono Matteo…
– Che vuoi?
– Lara, vieni…
– Stai facendo le pulizie?
– Sì.
– Perché mi chiami sempre in questi momenti?
– Il tuo profumo di pulito…
– Mi stai dicendo che profumo di detersivo? Se non sbaglio questo genere di prodotti ti causano anche la tosse… è il tuo modo delicato per dirmi che sono irritante?
– No, non è questo, lo sai.
Tento disperatamente di evitare il peggio, ma ogni tentativo di parlare con lei termina in un umiliante sconfitta. Perché mi ostino?
– Senti non ho tempo da perdere.
– Hai indosso il tuo vestito rosso?
– La tua nuova perversione?
– No, mi piace ricordarti così.
– Non fare il sentimentale, con me non funziona.
– Ti piaceva molto questo lato di me, lo sai che sono sincero e…
– Il problema è proprio questo! Tieniti stretto Ettore e pensami, magari questo ti rovinerà la giornata, mentre la mia migliorerà notevolmente.
– Grazie, gentile come sempre. Sono pazzo di te.
– Io non voglio avere niente a che fare con i pazzi: fatti curare.
– Ciao.
È andata meglio del solito, sto facendo progressi, la riconquisterò!
Continuo a dedicarmi al salotto, ma non riesco a concentrarmi, ho per la testa l’immagine di Lara con le labbra rosse come il suo vestito, contrastate solo dal candore della sua pelle. Lei è come una delle belle donne di Sin City, mi ricorda tanto Goldie.
Mentre finisco le pulizie mi sento un prestigiatore che ha trasformato la casa da un nero cumulo di polvere a un attico bianco splendente, altro che “Ava come Lava” o “Mastrolindo”.
Un ultimo starnuto mi fa le congratulazioni per l’ottimo lavoro.
– Grazie. Adesso mi godo il meritato riposo, per una settimana starò tranquillo e poi… si ricomincia!
Bussano alla porta, guardo attraverso lo spioncino.
Delle carnose labbra rosse mi turbano: è Lara con il suo vestito rosso!