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Parigi non è un parco divertimenti

Sono costretta a rimanere seduta in questa sedia, così immagino di poter disegnare sulle pareti bianche. Mi volto verso mio padre che, seduto accanto a me, fissa il pavimento con uno sguardo che non gli ho mai visto. Vorrei sapere cosa pensa e glielo chiedo. Lui non si volta subito, si gira lentamente, quasi con sforzo, come stupito dalla mia domanda. Gli faccio notare i suoi atteggiamenti atipici, ma lui vuole farmi pensare che sia tranquillo: io non gli credo.

Rimanere seduta così a lungo mi annoia, papà se ne accorge subito e cerca di dare importanza alla mia presenza parlando di qualcosa di poco importante, di poco importante per me.
Il suo pallore mi ricorda che questa mattina non ha mangiato, ho portato delle uova sode dall’albergo nel caso gli venisse fame e le ho posizionate nel fondo della borsetta. Adesso sono passate delle ore e forse ne vorrà una, con un gesto accennato gliele offro. Non mi risponde, nemmeno mi vede, il pavimento ha tutta la sua dedizione, anche se sono sicura che non pensa alle mattonelle bianche come il muro.
Improvvisamente si alza, si mette di fronte a me, si piega sulle ginocchia e mi abbraccia.
«Promettimi che non starai mai male!».
Glielo prometto, anche se non ne capisco il senso.
Papà però non sembra tranquillizarsi, mi fa un sorriso che risulta forzato e disperato. Ormai l’ansia che prova inizia a contagiarmi, i miei pensieri incentrati sul muro bianco da disegnare e le uova sode da mangiare non mi sembrano adatti alla situazione.
Non ne posso più. Mi alzo io adesso.
Sento mio padre che mi chiede cosa sto facendo, il tono precedentemente dolce diventa duro, agitato, quasi allarmato. Voglio semplicemente cercare mamma, lei sa come fare per risolvere le situazioni e ormai manca da tempo, troppo.
Si alza di nuovo, questa volta però inizia a camminare avanti e indietro.
«Lo sai che tornerà quando avranno finito, non riesci a stare ferma?».
No, non riesco a stare ferma, sono annoiata, vorrei solo potermi muovere un po’.
Dalla sua gola viene fuori un suono, un urlo che non avrebbe voluto uscire, ma che la sua gola non riesce a soffocare.
«Non si sa quanto ci vorrà, potremo anche aspettare inutilmente!».
Quelle parole non avrei voluto sentirle, probabilmente nemmeno mio padre avrebbe voluto pronunciarle, piange. Non gliel’avevo mai visto fare.
Forse non sarei dovuta venire, avrei potuto continuare a giocare con il pongo e probabilmente papà non sarebbe stato costretto a starmi dietro.
Intuendo i miei pensieri dice con sconforto:
«Non ti rendi conto di cosa vuol dire essere privato della vicinanza di entrambe le mie figlie?».
Gli chiedo scusa, lo abbraccio, ma non chiudo gli occhi perché vedo avvicinarsi un’infermiera.
Blatera qualcosa in francese, ma papà che la capisce non cambia espressione, non smette di abbracciarmi: sicuramente nessuna novità. Lei però si avvicina ancora di più e ci porge un fazzoletto, papà lo prende e distaccandosi da me si asciuga il volto, mentre l’altra mano della donna mi tocca la spalla. Quel contatto è per me repellente: è stata lei a portare via mia mamma e mia sorella.
Scappo via e corro verso la direzione in cui le avevo viste andare. Corro, tutto ciò che mi circonda non importa, voglio solo riunire la mia famiglia. Che senso ha separarci, se separarci fa male?
Mi sento afferrare per il braccio, è papà.
I suoi occhi furenti mi terrorizzano e silenziosa cerco di assecondare il suo passo, essere trascinata fa male: lui è grande e io ho solo 9 anni.
Do un ultimo sguardo alle mie spalle, sperando di intravedere qualcuno. Niente. Mi siedo dov’ero prima, la sedia è scomoda, troppo alta per le mie gambe. Nessuna posizione riesce ad attenuare quella sofferenza, ma almeno distrae dai cattivi pensieri.
«Quando arriveranno mamma e tua sorella devi sorridere come sempre, devono vederci tranquilli».
Annuisco rispondendo con una smorfia. Lui ride, nonostante la preoccupazione sia evedente.
«Perché non sono potuta andare con loro?».
Il bisogno di saperlo è troppo forte.
«Augurati di non dover mai andare lì».
Il bisogno diventa curiosità, mi sento una piccola investigatrice alla scoperta dei segreti di quel luogo candido. Chissà quale misteri nasconde questo luogo incantato?
«È così brutto? A Stefania avete detto che è un posto bellissimo in cui tante persone si sarebbero prese cura di lei e che le avrebbero anche fatto ascoltare le sue canzoni preferite e vedere qualche film. Forse ci mettono tanto perché si stanno divertendo… e se si fossero dimenticate di noi?».
Il flusso di pensieri mi pone di fronte alla mia paura dell’abbandono, mi tolgo il cappello da detective per rimettermi nei miei panni di bambina confusa.
«Non si sono dimenticarte di noi, non è un parco divertimenti».
Papà non riesce a consolarmi.
«Ma a lei le avete detto di si, che qui sarebbe stato più bello di come era stato a Londra e ho letto sulla rivista che qui a Parigi c’è Disneyland».
«Sarei così preoccupato?».
Finalmente ammette che qualcosa lo turba, sento la sua vicinanza e trovo il coraggio di chiedergli ciò che per me era davvero importante.
«Dimmi la verità, che cos’ha realmente?»
Vorrei solo capire.
«Niente di grave, stai tranquilla. Devono solo ripararle un piccolo difetto di nascita, tutto qui. Loro sono i dottori migliori, quindi se ci impiegano tanto è solo per fare bene il loro lavoro».
«E dove ce l’ha questo difetto?»
«Al cuore».
«Ma quando lo sistemeranno mi vorra ancora bene?»
Mi sorride, mentre io ansiosa insisto su questa domanda che rimane senza risposta.
«Hai ancora quelle uova?»
Gli rispondo di si, le prendo dalla borsetta e inizio a togliergli il guscio.
Sento un rumore e appena mi volto vedo una barella, mia madre rossa in viso e una flebo piena di sangue. Mia sorella ha una mascherina sulla bocca e gli occhi chiusi. Non l’ho mai vista così pallida, nemmeno durante i suoi attacchi più violenti.
Mamma abbraccia papà, mentre portano mia sorella in camera.
Dalle mani mi scivola lentamente l’uovo sodo, cade.
Li guardo piangere, io cerco di non farlo.