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Parigi non è un parco divertimenti

Sono costretta a rimanere seduta in questa sedia, così immagino di poter disegnare sulle pareti bianche. Mi volto verso mio padre che, seduto accanto a me, fissa il pavimento con uno sguardo che non gli ho mai visto. Vorrei sapere cosa pensa e glielo chiedo. Lui non si volta subito, si gira lentamente, quasi con sforzo, come stupito dalla mia domanda. Gli faccio notare i suoi atteggiamenti atipici, ma lui vuole farmi pensare che sia tranquillo: io non gli credo.

Rimanere seduta così a lungo mi annoia, papà se ne accorge subito e cerca di dare importanza alla mia presenza parlando di qualcosa di poco importante, di poco importante per me.
Il suo pallore mi ricorda che questa mattina non ha mangiato, ho portato delle uova sode dall’albergo nel caso gli venisse fame e le ho posizionate nel fondo della borsetta. Adesso sono passate delle ore e forse ne vorrà una, con un gesto accennato gliele offro. Non mi risponde, nemmeno mi vede, il pavimento ha tutta la sua dedizione, anche se sono sicura che non pensa alle mattonelle bianche come il muro.
Improvvisamente si alza, si mette di fronte a me, si piega sulle ginocchia e mi abbraccia.
«Promettimi che non starai mai male!».
Glielo prometto, anche se non ne capisco il senso.
Papà però non sembra tranquillizarsi, mi fa un sorriso che risulta forzato e disperato. Ormai l’ansia che prova inizia a contagiarmi, i miei pensieri incentrati sul muro bianco da disegnare e le uova sode da mangiare non mi sembrano adatti alla situazione.
Non ne posso più. Mi alzo io adesso.
Sento mio padre che mi chiede cosa sto facendo, il tono precedentemente dolce diventa duro, agitato, quasi allarmato. Voglio semplicemente cercare mamma, lei sa come fare per risolvere le situazioni e ormai manca da tempo, troppo.
Si alza di nuovo, questa volta però inizia a camminare avanti e indietro.
«Lo sai che tornerà quando avranno finito, non riesci a stare ferma?».
No, non riesco a stare ferma, sono annoiata, vorrei solo potermi muovere un po’.
Dalla sua gola viene fuori un suono, un urlo che non avrebbe voluto uscire, ma che la sua gola non riesce a soffocare.
«Non si sa quanto ci vorrà, potremo anche aspettare inutilmente!».
Quelle parole non avrei voluto sentirle, probabilmente nemmeno mio padre avrebbe voluto pronunciarle, piange. Non gliel’avevo mai visto fare.
Forse non sarei dovuta venire, avrei potuto continuare a giocare con il pongo e probabilmente papà non sarebbe stato costretto a starmi dietro.
Intuendo i miei pensieri dice con sconforto:
«Non ti rendi conto di cosa vuol dire essere privato della vicinanza di entrambe le mie figlie?».
Gli chiedo scusa, lo abbraccio, ma non chiudo gli occhi perché vedo avvicinarsi un’infermiera.
Blatera qualcosa in francese, ma papà che la capisce non cambia espressione, non smette di abbracciarmi: sicuramente nessuna novità. Lei però si avvicina ancora di più e ci porge un fazzoletto, papà lo prende e distaccandosi da me si asciuga il volto, mentre l’altra mano della donna mi tocca la spalla. Quel contatto è per me repellente: è stata lei a portare via mia mamma e mia sorella.
Scappo via e corro verso la direzione in cui le avevo viste andare. Corro, tutto ciò che mi circonda non importa, voglio solo riunire la mia famiglia. Che senso ha separarci, se separarci fa male?
Mi sento afferrare per il braccio, è papà.
I suoi occhi furenti mi terrorizzano e silenziosa cerco di assecondare il suo passo, essere trascinata fa male: lui è grande e io ho solo 9 anni.
Do un ultimo sguardo alle mie spalle, sperando di intravedere qualcuno. Niente. Mi siedo dov’ero prima, la sedia è scomoda, troppo alta per le mie gambe. Nessuna posizione riesce ad attenuare quella sofferenza, ma almeno distrae dai cattivi pensieri.
«Quando arriveranno mamma e tua sorella devi sorridere come sempre, devono vederci tranquilli».
Annuisco rispondendo con una smorfia. Lui ride, nonostante la preoccupazione sia evedente.
«Perché non sono potuta andare con loro?».
Il bisogno di saperlo è troppo forte.
«Augurati di non dover mai andare lì».
Il bisogno diventa curiosità, mi sento una piccola investigatrice alla scoperta dei segreti di quel luogo candido. Chissà quale misteri nasconde questo luogo incantato?
«È così brutto? A Stefania avete detto che è un posto bellissimo in cui tante persone si sarebbero prese cura di lei e che le avrebbero anche fatto ascoltare le sue canzoni preferite e vedere qualche film. Forse ci mettono tanto perché si stanno divertendo… e se si fossero dimenticate di noi?».
Il flusso di pensieri mi pone di fronte alla mia paura dell’abbandono, mi tolgo il cappello da detective per rimettermi nei miei panni di bambina confusa.
«Non si sono dimenticarte di noi, non è un parco divertimenti».
Papà non riesce a consolarmi.
«Ma a lei le avete detto di si, che qui sarebbe stato più bello di come era stato a Londra e ho letto sulla rivista che qui a Parigi c’è Disneyland».
«Sarei così preoccupato?».
Finalmente ammette che qualcosa lo turba, sento la sua vicinanza e trovo il coraggio di chiedergli ciò che per me era davvero importante.
«Dimmi la verità, che cos’ha realmente?»
Vorrei solo capire.
«Niente di grave, stai tranquilla. Devono solo ripararle un piccolo difetto di nascita, tutto qui. Loro sono i dottori migliori, quindi se ci impiegano tanto è solo per fare bene il loro lavoro».
«E dove ce l’ha questo difetto?»
«Al cuore».
«Ma quando lo sistemeranno mi vorra ancora bene?»
Mi sorride, mentre io ansiosa insisto su questa domanda che rimane senza risposta.
«Hai ancora quelle uova?»
Gli rispondo di si, le prendo dalla borsetta e inizio a togliergli il guscio.
Sento un rumore e appena mi volto vedo una barella, mia madre rossa in viso e una flebo piena di sangue. Mia sorella ha una mascherina sulla bocca e gli occhi chiusi. Non l’ho mai vista così pallida, nemmeno durante i suoi attacchi più violenti.
Mamma abbraccia papà, mentre portano mia sorella in camera.
Dalle mani mi scivola lentamente l’uovo sodo, cade.
Li guardo piangere, io cerco di non farlo.

Adam e Simone

Bum, bum.
Bussano alla porta, io non apro, non voglio farlo.
Queste irruzioni in piena notte sono una fastidiosa routine!
«Adam, so che sei sveglio. Per quanto tempo ancora hai intenzione d’ ignorarmi? Io non demordo, mi conosci, posso essere ancora più assillante!»
Dovrebbe essere una minaccia, ma così peggiora solo la situazione: è una questione di principio.
«Dai Adam apri!»
Il suo monologo non mi stupisce più.
“Tu lo sai come sono fatto: io non penso. Non mi lasciare qui!”
«Uffa, tu lo sai come sono fatto, non penso… Non lasciarmi qui fuori.»
Come immaginavo.
“Questa volta non è colpa mia.”
«Questa volta non è colpa mia… Ora che ci rifletto, in effetti, la colpa è tua!»
Una variante, questa volta la colpa non è dei suoi amici scapestrati, delle sue ragazze lascive ma è mia: la colpa è mia. Mi chiedo, tra il divertito e il sorpreso, che avrà in mente.
«Sapendo come sono fatto dovresti essere previdente, io non ne ho le capacità. Non lasciarmi ancora ad aspettarti! La moquette è irritante! Aprimi!»
Un ulteriore e inevitabile sorriso m’increspa le labbra.
Come fa a trovare sempre un escamotage? Come riesce a convincermi a non lasciarlo fuori?
Controvoglia mi alzo dal mio confortevole letto, la sensazione dei piedi su l’impolverata moquette mi provoca uno strano solletico, ma incurante raggiungo rapidamente la porta: devo impedirgli di compiere l’ultimo passo del suo solito e perfido piano!
Riesco ad aprire in tempo: la luce abbagliante del corridoio mi costringe a strizzare gli occhi e ciò che mi si presenta davanti è una sagoma completamente bagnata ma irrimediabilmente di ottimo umore.
« Adam finalmente! Stavo per mettermi a cantare, e sai che l’avrei fatto! Ti ricordi che i nostri vicini hanno chiamato la polizia dopo che li ho deliziati con la mia versione di “Kung fu Fighting”?»
Il suo sguardo sognante mi ricorda quello dei bambini che parlano di una caramella particolarmente dolce che hanno mangiato per la prima volta. Così per non deludere le aspettative rispondo «Purtroppo si, ti sei preso un bel richiamo e io, purtroppo, sono stato costretto ad aprirti, come ogni volta. Però hai ragione la colpa è mia perché non ho il sonno abbastanza pesante per riuscire ad ignorarti!»
Sono rassegnato all’indole goliardica di Simone, non desidererei di meglio come coinquilino, almeno nella sua pazza routine niente è mai banale!
Lui con leggerezza chiude bruscamente la porta riportando la stanza al suo buio naturale e tuffandosi nel letto aggiunge:
«Dobbiamo elaborare un piano, non puoi sempre lasciarmi fuori.»
mi rimetto a letto anche io rispondendogli a tono:
«Sono io che ti lascio fuori? Hai una visione della realtà distorta. Ti ricordo che sei tu che sistematicamente dimentichi le chiavi e tornando ad orari assurdi, come adesso che sono le 4 e mezza del mattino, pretendi che io ti apra.»
La polemica è apparente, in realtà trovo la discussione spassosissima.
Simone però non risponde subito, come se in quel lasso di tempo stesse riflettendo. Se potessi vedere la sua faccia, di sicuro sarebbe corrugata in maniera esilarante!
Eterno Peter Pan, al di sopra della realtà, semplice, imprevedibile: questo è Simone.
«Bè, non è colpa mia se tu non ti godi i privilegi della vita universitaria! Abbiamo 22 anni, te ne sei accorto?»
Resto sgomento e ribadisco:
« Vedi che vivo la mia vita assecondando ciò che mi va di fare, non estremizzo, come te, la voglia di divertirmi. Adesso basta, ho sonno.»
Taglio corto mentre gli faccio una linguaccia per lui invisibile. Simone lo sa, la mia non è una critica al suo stile di vita, anzi, è un tentativo di occultare un sottile velo d’invidia, invidia che non ammetterò mai.
«Dalla prossima volta ti lascio le chiavi sotto il tappeto. Buonanotte!»
Mi rifugio sotto le coperte e sento un grugnito: la sua buonanotte.
Dei tonfi mi permettono di capire che ha buttato i suoi abiti completamente bagnati per terra, con la sua solita noncuranza.
Si sarà divertito molto allo schiuma-party, anche se io sinceramente non capisco come possa trovare accattivante quel genere di svago: troppo rumore, troppa gente. Mi sento pervaso dalla paura, dalla mia misantropia alienante e dall’inconsapevolezza di un desiderio celato a me stesso.
La facoltà di Matematica non è quella che si potrebbe definire passeggiata, eppure Simone dormendo tutto il giorno, facendo il minimo indispensabile, riesce a eccellere, mentre io passo la mia vita dietro ai libri. Non sono un fanatico dello studio, non è esattamente la mia priorità, sono molto svelto e non ho bisogno di perdere ore dietro formule e teoremi, è un vantaggio, ma le lezioni, il ripasso in biblioteca, li sento necessari, mi fanno sentire parte dell’università.
Inoltre ho bisogno di stimoli, ma non riesco a trovarli nelle stesse cose in cui li trova Simone, preferisco aprire la mente passando i pomeriggi a leggere. Lui basa la sua vita sul godimento massimo che può trarne, è un’esteta, un’edonista, mentre io traggo piacere dai romanzi che mi permettono di condurre molteplici vite! Solo in quei momenti mi sento veramente libero, ma è una libertà illusoria e prigioniera: sono trincerato in me stesso.
Io e Simone siamo così diversi ma accumunati da un grande buco nero interiore: solitudine, mancanza, vuoto.
I miei pensieri mi confondono, più penso più… non capisco.
Devo dormire.
Nemmeno il tempo di chiudere gli occhi e già la sveglia irrompe nel mio cervello sopito.
Alzarmi o non alzarmi? Questo è il problema.
Riflettiamo. Che lezioni dovevo seguire questa mattina? Che noia! Basta, buonanotte mondo!
Non è l’influenza di Simone, questo è certo.
Adam: nome di origine biblica che non mi si addice per niente. Non mi farei mai influenzare da una donna e soprattutto non credo in dio. Povera mamma, non poteva immaginare che portava in grembo un blasfemo. Magari questa è un’esagerazione, ma le mie convinzioni sono decisamente radicali e contrastanti, inconcepibili per la mia famiglia, per loro ogni cosa è tabù.
Hanno voluto cambiarmi o stimolarmi?
Mi hanno amato o semplicemente sopportato?
Sono orgogliosi di me o di quello che vogliono credere che io sia?

«Mamma, papà, ho deciso: farò matematica.»
Mio padre si avvicinò lentamente e con stanca pesantezza mi abbracciò.
«Fai ciò che credi sia giusto per te, non importa dove ti porterà, ma semplicemente cosa riesce a darti e cosa tu riesce a trarne.»
Non mi aveva mai parlato in quel modo, sembrava addirittura sincero.
Mia mamma mi guardò con sguardo apprensivo, le mani ancora insaponate, indecisa, anche un po’ preoccupata.
«Adam, matematica è… Ma non volevi fare Economia e Commercio per lavorare in azienda con tuo padre? Credevo ti piacesse lavorare a contatto con la gente, con tuo padre… Anche architettura andrebbe bene.»
Io la guardai senza lasciar trapelare emozioni, non sentivo niente.
«Mi piacerebbe tanto studiare fuori, mi piacerebbe tanto andare a Milano.»
Mi aveva attratto la possibilità di poter essere invisibile tra tanta gente, tra tanto movimento. Milano è grande, chi doveva fare caso a me?
Papà con una pacca sulla spalla mi fece capire che avevo il suo supporto, mamma, fece semplicemente la mamma, era dolcemente tesa: il suo bambino aveva fatto una scelta.

Apro gli occhi stordito. Che ore sono? Non lo voglio sapere. Perché dovevo ricordarmi di quel giorno, di quel preciso momento, l’unico che posso definire felice? Il brivido che avevo provato nel decidere di me stesso e di prendermi la responsabilità del mio futuro mentre i miei genitori non potevano niente, e ne erano consapevoli: è stata la mia prima grande soddisfazione.
In me convivono molte personalità e tendo di reprimere il reprimibile: emotività, mancanza di autocontrollo, impulso.
Sbarro gli occhi.
È vivere calcolare ogni cosa in ogni momento?
Sono le piccole cose ad affascinarmi tanto. Perché?
Un momento: Simone? Non c’è nel suo letto. La sua parte di stanza è anche ordinata. Qualcosa non quadra.
Mi alzo lentamente, la testa è dolorante come se fossi reduce da una brutta sbornia. Ho dormito troppo, quando di solito mi bastano quattro ore.
Afferro l’orologio digitale? 8.35.
La mia sveglia era puntata per le 6.00, ancora sono in tempo per andare a lezione, purtroppo. Quando ho deciso di fregarmene di quel rumore la mia speranza era almeno di riuscire a svegliarmi tardi per una volta, invece il mio buonsenso non mi permette di saltare nemmeno una lezione, avevo solo perso il tempo per la mia corsa mattutina, poco male, vuol dire che farò un’ora in più di palestra.
Cammino, ancora intontito, verso il bagno ma proprio sulla porta tre post-it gialli attirarono la mia attenzione:
– Carissimo buondì! Il dovere mi chiama, una fanciulla in difficoltà richiede la mia presenza e lo sai un buon cavaliere deve fare il suo dovere!
Un piccolo smile con l’occhiolino faceva perfettamente intendere le sue intenzioni.
Il successivo biglietto è ancora più esilarante, a dir poco sarcastico.
– Tranquillo, non mi prendi in giro spegnendo la sveglia, tanto lo so che ti sveglierai in tempo per andare a lezione.
Mi conosce fin troppo bene o sono così prevedibile?
– Ps: Spesa. Cibo. Fame.
No, l’avevo dimenticato! Tocca a me fare la spesa oggi! Non ne ho proprio voglia, poi è strano che me l’abbia ricordato proprio Simone, sicuramente ci sarà qualcosa sotto.
Curioso mi avvicino a quel piccolo frigorifero e lo apro. Lo scenario che mi si presenta è post apocalittico: la desolazione. Il frigorifero sembra addirittura implorarmi di essere riempito.
Come ci siamo ridotti? Un’illuminazione improvvisa mi da una risposta! Simone! Lui ha trovato il modo perfetto per scaricarmi lo spiacevole compito. Toccava a lui la settimana scorsa, ma la mia noncuranza per il cibo gli ha permesso di temporeggiare fino alla settimana del mio turno.
Ghigno in maniera falsamente maligna, niente è irrimediabile.
Prendo un post-it e con una penna viola inizio a scrivere.
– Vado a lezione, non torno a casa. Devi pensarci tu alla spesa oppure… la mia ira funesta incomberà su di te! Sai a cosa alludo.
Quanto sono perfido! Simone ricorda ancora cosa gli ho combinato l’ultima volta, non ricordo perché mi aveva fatto arrabbiare, però, per un intera settimana l’ho svegliato al mio stesso orario con un secchio di acqua gelida e cubetti di ghiaccio!

MC

Lettera a un Padre Assente

Egotico, egocentrico ed egoista o, per lo meno, mi hanno definito così. Mi viene da ridere, sogghigno nervosamente: queste parole stanno per prendere vita.
Tutti hanno preteso, tutti hanno preteso un Emiliano che non sono ed accondiscendendo alle asfissianti convenzioni sociali ho dimenticato chi sono. L’ho permesso, sono colpevole.
Mamma non voglio che tu pianga, non c’entri. Tuo marito, si, papà è il responsabile e questa lettera è per lui!

Caro Papà,
ti è mai passato per la mente di instaurare un rapporto tra noi? Non tra pari, figuriamoci, per te sarebbe privo di senso, intendo un semplice rapporto padre-figlio. Forse ti sfugge il significato di questo singolare tipo di relazione, ma nelle famiglie normali padre e figlio condividono esperienze, sono l’uno l’orgoglio dell’altro, provano affetto reciproco. L’hai mai ritenuto possibile? Probabilmente no, sei così chiuso nella convinzione di essere una divinità da considerare gli altri miseri schiavi, utili solo per ergere templi in tuo onore. Non importa quanto sangue viene versato, nessuno è degno della tua considerazione.
Non l’avrai notato, però, tra me e gli altri vi è una insulsa, piccola, futile, differenza: io ero tuo figlio, il tuo unico figlio. Ero solo un bambino, ero un bambino…
Per te non è mai stato importante niente di tutto quello che facevo per attirare la tua attenzione: costruivo castelli con i lego, con la cera pongo, li dipingevo e con le pentole disturbavo i tuoi delicati timpani con ritmi primitivi.
L’unica cosa che sapevi dirmi era:
«Credi che possa reggersi in piedi una cosa del genere?»
«No, non ci siamo. Perché ti ostini?»
Certo, il discorso poteva anche sembrare corretto, solo che non ti rendevi conto che avevo solo tre anni…tre!
Ma io non demordevo e continuavo a ripetermi: continua, prima o poi in qualcosa di buono riuscirai e papà sarà fiero di te. Ho smesso di perdere “tempo” con i fortini e ho iniziato a progettare case, ad imitare i tuoi grandi progetti, tentando di apportare un contributo: volevo aiutarti, volevo stare con te.
Non l’avessi mai fatto, vedendo i miei lavori li hai distrutti in mille pezzi disintegrando la mia autostima: avevo sei anni.
Quando andai a scuola l’impatto fu traumatico, mi prendevano in giro: lo sapevi? No, non ti è mai importato. Adesso invece sei costretto, anche se probabilmente non stimolerà il tuo interesse io voglio farlo lo stesso!
A differenza degli altri bambini, sapevo leggere, scrivere, districarmi senza problemi con le operazioni e passavo la maggior parte della ricreazione a disegnare e progettare piccole invenzioni che puntualmente mi venivano rotte dai simpatici calci dei miei compagni mentre cantavano in coro:
«Emiliano, Emiliano,
tu si che sei un po’ strano,
noi non ti vogliamo
e così in giro ti prendiamo.»
Piangevo ed il tentativo di farli smettere da parte delle maestre era inutile. Mi sono costretto a comprendere il significato della vita sociale e mi sono chiesto: cosa piace ai miei coetanei? La risposta era ovvia: ai bambini le macchine, alle bambine le bambole. Non capivo il perché di questi stereotipi indotti, ma li ho sfruttati per fare amicizia e mentre per i bambini costruivo modellini di macchine, per le bambine delle bambole da abbracciare. Questo mi ha permesso di diventare popolare e così ho continuato.
Alle medie ed al liceo gli interessi erano un po’ più sofisticati, la dinamica, però, era sempre la stessa: contava solo l’immagine e la perversione sociale imponeva un tira e molla fra i due sessi.
Il mio essere figlio unico in una famiglia benestante mi ha agevolato nella voracità consumistica generazionale: bei vestiti e privilegi, ero circondato da tantissimi “amici”, che amici non erano, e le ragazze ci provavano nei modi più lascivi e sensuali. Io facevo lo snob, mi pavoneggiavo come se nessuno fosse alla mia altezza, avevo paura di poter provare sentimenti. Non sopportavo l’idea di venire rifiutato, rifiutato come hai fatto tu. Grazie a te non ho avuto una vita sociale sana, sei contento?
Mamma, al contrario tuo, era fiera di me, ero il più bravo della classe, anzi, della scuola, vincevo concorsi, borse di studio ed eccellevo in ogni attività che decidevo di praticare.
Non avevo bisogno di studiare, capivo molto e memorizzavo in fretta: memoria eidetica l’avevano definita.
Grazie agli infiniti libri che divoravo riuscivo a prendermi cura da solo della mia moto ed anche del sassofono che mi aveva regalato mamma.
Non ti chiedevo mai niente, non ne avevo bisogno.
Ti sei mai accorto che riparavo tutto io a casa? Mi occupavo di ogni cosa, dalle riparazioni semplici a quelle complesse ed ero molto più competente di quei professionisti che chiamavi e li mettevo puntualmente a disagio con le mie domande e il mio fargli notare le inesattezze.
Per te restavo un fallito e le mie invenzioni ti facevano ridere: per il compleanno ti ho regalato un rasoio elettrico che non irritava la pelle, era privo di lame e la rasatura veniva impeccabile. Tu non l’hai mai usato, diffidavi perché non mi ritenevi capace di niente.
Di nascosto manomisi la tua poltrona preferita per evitare di farti venire mal di schiena: quando ti addormentavi ti evitava quelle posizioni innaturali e scomode e ti portava direttamente a letto. No, non te ne sei mai accorto, come se fosse consueto risvegliarsi in un luogo diverso da quello in cui ci si è appisolati.
Cieco, sordo! Quando te lo rinfacciavo non facevi altro che sbraitare riguardo la loro inutilità, considerandole derivate dalla mia radicata pigrizia. Pigro? Mi svegliavo tutte le mattine alle cinque per poterti vedere prima che tu andassi a lavoro e mentre aspettavo di andare a scuola progettavo qualcosa che potesse finalmente stupirti o, quando ero particolarmente triste, dipingevo i miei dolori.
È privo di senso continuare quest’elenco di “inutilità”, le hai ignorate all’ora, perché dovrebbe essere diverso?
Grazie a te ho imparato a distruggere e come vedi ho distrutto tutto. L’unica cosa che ti lascio è il progetto della casa in cui avrei voluto abitare con Cristina. Chi è Cristina? Cristina è l’unico amore della mia patetica vita. Prima di incontrarla ero troppo concentrato su di me, su di te, per vedere gli altri ed ero troppo spaventato a causa tua per fare entrare qualcuno nella mia vita. Eppure al compleanno di Elsa, Elena mi presentò questa ragazza. I suoi grandi occhi verdi, profondamente malinconici, mi hanno provocato un’esplosione di emozioni talmente intense, da costringermi a tornare a casa immediatamente: ne ero sopraffatto. Quella notte non sono riuscito a dormire e ho iniziato a scrivere delle lettere. Da quel giorno, invece di perdere tempo a costruire ciò che tu definivi “inutili” ed “improduttivo”, ho dedicato ogni mio sforzo per lei: ho iniziato a comporre della musica, tu mi urlavi di smettere con quell’assordante rumore, ed ho iniziato a dipingere con impegno. Purtroppo nessuno stile era sufficiente; dall’astrattismo al manierismo fiammingo, dall’impressionismo all’espressionismo, nessuno riusciva a risolvere l’enigma dei suoi occhi.
Le tue considerazioni smisero di valere, c’era lei solo lei. Lei che stava vivendo dei problemi che tu, piccolo borghesuccio viziato e presuntuoso, non potrai mai capire! Dovevo aiutarla, dovevo fare qualcosa e ho provato di tutto per vederla, sono diventato pazzo nel tentativo ma purtroppo lei si era chiusa in se stessa, era impenetrabile, ed io lentamente mi sono alienato nel mio dolore, dolore che era il suo.
Non mi sono arreso fino ad oggi pomeriggio: l’ho rivista, ma è troppo tardi, è morta dentro… Non sono riuscito nell’unica cosa che davvero era importante e, vedendola così, sono morto anche io, sono morto senza di lei.
Adesso prenditi le responsabilità del padre che non sei mai stato e fai l’unica cosa che ti sto chiedendo di fare: va da lei e dalle le lettere che le ho scritto, le trovi all’interno della scatola accanto a questa lettera.
Ormai non potrò più deluderti, ho deciso di costruire qualcosa per l’ultima volta: questa stanza diventerà il mausoleo del tuo fallimento e del mio.
Addio papà, mi dispiace di non essere riuscito a dimostrarti niente, credo che se tu non mi hai mai visto sia stato per colpa mia.
Dalla mia vita inutile me ne vado inutilmente.

Emiliano

P.S. Per favore, e te lo chiedo con le mie ultime forze, fa si che almeno per Cristina non sia la fine.

Le lacrime increspano il foglio che lentamente volteggia verso il pavimento.
Salvatore riesce a vedere suo figlio per la prima volta, troppo tardi.

MC