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Mi chiamo Laura Baroni

Mi chiamo Laura Baroni, ho 24 anni e vivo in una piccola città. Non ricordo molto del mio passato, mi sembra di essere stata sempre un’ingenua sognatrice. I miei genitori mi convinsero che avrei potuto fare qualsiasi cosa avessi voluto, senza problemi. Mi sarebbe bastato volerlo, dicevano, ma non mi insegnarono mai cosa fosse la vita oltre i miei desideri. Crescendo con la convinzione di volere/avere iniziai a scontrarmi con gli “altri”. Non immaginavo ci potessero essere altre persone oltre me e iniziai i primi confronti con le altre volontà, molto più forti e determinate della mia: loro le avevano allenate con i fratelli o con le difficoltà della vita, io no.

Non avevo molti amici, ma pigra e viziata, ero riuscita a entrare in una perfida cerchia di bambine. A me piacevano proprio perché risultavano insopportabili, forse questo mi fece iniziare a comprendere che non ero una persona “normale”. Io ridevo quando gli altri piangevano, trovavo ilare ciò che creava sofferenza e mi piaceva farmi del male.
Avendo paura di questo mio lato sadico lo nascosi in profondità e lo persi nella complessità del mio inconscio, che lo rielaborò in una necessità vitale di perfezionismo.
Al liceo cambiarono molte cose rispetto ai primi giorni di scuola: ero riuscita ad averla vinta su tutto e la popolarità aveva reso la mia volontà inscalfibile, anche perché avevo elaborato strategie seduttive che mi permisero un grande ascendente su chiunque mi stesse accanto.
Agli esami di maturità ricordo ancora di aver fatto sesso nel bagno con il presidente di commissione, un ometto un po’ vecchio, innocuo, ma con la perversione per le ragazzine. Mi diplomai con il massimo, però nonostante tutti mi festeggiassero, una rabbia incontrollabile mi portò a rompere il tavolo di vetro che avevo in casa, mi tagliai la maggior parte del corpo e mia madre mi trovò per terra a ridere di quel dolore. Fui portata in ospedale di corsa: ferite disinfettate, una brava truccatrice ed ero pronta per la festa.
Questo stile di vita non poteva durare a lungo. All’università provai per la prima volta dei sentimenti e decisi di non fingere più. Smisi di mangiare, se fossi riuscita a controllare il cibo sarei riuscita a controllare i miei sentimenti contrastanti e avrei appagato il mio bisogno di attenzione e di dolore.
Il mio ragazzo continuava a dirmi che mi punivo, non capivo perché dicesse questo, io ero la bambina più fortunata del mondo, avevo tutto quello che volevo e se non l’avevo ancora mi sarebbe bastato volerlo di più. Io volevo e avevo, ma lui mi rispondeva che non era vero, perché non avevo niente.
Dopo un po’ uscì dalla mia vita. In un primo momento non me ne preoccupai, potevo avere qualunque ragazzo, non avevo bisogno di lui, di nessuno. Consideravo le persone come oggetti, tutte utili ma nessuno necessario, sostituibili una con un’altra all’occorrenza una volta scovato il minimo difetto.
Con stupore realizzai che anche io ero una persona/oggetto, ed ero appena stata buttata via. Il pensiero mi soffocò, non riuscivo a respirare e con le unghie mi graffiai il petto finché quella sensazione non cessò.
Non poteva essere sempre come volevo, non bastava. Anche io avrei dovuto fare qualcosa, non potevo pretendere che le cose accadessero come per magia, no, non sarebbe successo.
Provai un odio profondo che mi riportò a casa.
Arrivata dai miei genitori gli chiesi spiegazioni, perché mi avevano viziata? Perché mi avevano convinta di non aver limiti? Perché non mi avevano presentato il mondo per quella macchina trituracarne che è? Perché io mi ostinavo a volerne fare parte e a triturare la carne di altra gente?
Mia madre scoppiò in lacrime, ma si asciugò in fretta gli occhi. Non poteva permettere che il trucco sbavasse, doveva mantenere il controllo, come le aveva insegnato sua madre e come lei aveva insegnato a me.
Mi fece vergognare per la mia mancanza di contegno e mentre cercavo di ricompormi avevo iniziato a strapparmi la pelle dalle mani.
Mio padre, più umano, eppure più stronzo, mi disse di smetterla di guardare indietro e andare avanti.
Nessuna risposta dal passato, nessuna risposta dentro di me, nessuna risposta dai miei genitori: vedevo solo una società che mi costringeva alla perfezione, al soffocamento.
Ho smesso di volere, come ho smesso di sperare, sono tornata da quel ragazzo che aveva tentato di starmi accanto e ricominciare.

Quello che ho appena scritto non ha senso, ma sarebbe ipocrita cercare coerenza nell’uomo. A volte non esistono vere spiegazioni, per questo mi piace pensare che il non sapere dipenda da quell’utero culturale che mi ha protetta e soffocata fin dal mio primo giorno.

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Adam e Simone

Bum, bum.
Bussano alla porta, io non apro, non voglio farlo.
Queste irruzioni in piena notte sono una fastidiosa routine!
«Adam, so che sei sveglio. Per quanto tempo ancora hai intenzione d’ ignorarmi? Io non demordo, mi conosci, posso essere ancora più assillante!»
Dovrebbe essere una minaccia, ma così peggiora solo la situazione: è una questione di principio.
«Dai Adam apri!»
Il suo monologo non mi stupisce più.
“Tu lo sai come sono fatto: io non penso. Non mi lasciare qui!”
«Uffa, tu lo sai come sono fatto, non penso… Non lasciarmi qui fuori.»
Come immaginavo.
“Questa volta non è colpa mia.”
«Questa volta non è colpa mia… Ora che ci rifletto, in effetti, la colpa è tua!»
Una variante, questa volta la colpa non è dei suoi amici scapestrati, delle sue ragazze lascive ma è mia: la colpa è mia. Mi chiedo, tra il divertito e il sorpreso, che avrà in mente.
«Sapendo come sono fatto dovresti essere previdente, io non ne ho le capacità. Non lasciarmi ancora ad aspettarti! La moquette è irritante! Aprimi!»
Un ulteriore e inevitabile sorriso m’increspa le labbra.
Come fa a trovare sempre un escamotage? Come riesce a convincermi a non lasciarlo fuori?
Controvoglia mi alzo dal mio confortevole letto, la sensazione dei piedi su l’impolverata moquette mi provoca uno strano solletico, ma incurante raggiungo rapidamente la porta: devo impedirgli di compiere l’ultimo passo del suo solito e perfido piano!
Riesco ad aprire in tempo: la luce abbagliante del corridoio mi costringe a strizzare gli occhi e ciò che mi si presenta davanti è una sagoma completamente bagnata ma irrimediabilmente di ottimo umore.
« Adam finalmente! Stavo per mettermi a cantare, e sai che l’avrei fatto! Ti ricordi che i nostri vicini hanno chiamato la polizia dopo che li ho deliziati con la mia versione di “Kung fu Fighting”?»
Il suo sguardo sognante mi ricorda quello dei bambini che parlano di una caramella particolarmente dolce che hanno mangiato per la prima volta. Così per non deludere le aspettative rispondo «Purtroppo si, ti sei preso un bel richiamo e io, purtroppo, sono stato costretto ad aprirti, come ogni volta. Però hai ragione la colpa è mia perché non ho il sonno abbastanza pesante per riuscire ad ignorarti!»
Sono rassegnato all’indole goliardica di Simone, non desidererei di meglio come coinquilino, almeno nella sua pazza routine niente è mai banale!
Lui con leggerezza chiude bruscamente la porta riportando la stanza al suo buio naturale e tuffandosi nel letto aggiunge:
«Dobbiamo elaborare un piano, non puoi sempre lasciarmi fuori.»
mi rimetto a letto anche io rispondendogli a tono:
«Sono io che ti lascio fuori? Hai una visione della realtà distorta. Ti ricordo che sei tu che sistematicamente dimentichi le chiavi e tornando ad orari assurdi, come adesso che sono le 4 e mezza del mattino, pretendi che io ti apra.»
La polemica è apparente, in realtà trovo la discussione spassosissima.
Simone però non risponde subito, come se in quel lasso di tempo stesse riflettendo. Se potessi vedere la sua faccia, di sicuro sarebbe corrugata in maniera esilarante!
Eterno Peter Pan, al di sopra della realtà, semplice, imprevedibile: questo è Simone.
«Bè, non è colpa mia se tu non ti godi i privilegi della vita universitaria! Abbiamo 22 anni, te ne sei accorto?»
Resto sgomento e ribadisco:
« Vedi che vivo la mia vita assecondando ciò che mi va di fare, non estremizzo, come te, la voglia di divertirmi. Adesso basta, ho sonno.»
Taglio corto mentre gli faccio una linguaccia per lui invisibile. Simone lo sa, la mia non è una critica al suo stile di vita, anzi, è un tentativo di occultare un sottile velo d’invidia, invidia che non ammetterò mai.
«Dalla prossima volta ti lascio le chiavi sotto il tappeto. Buonanotte!»
Mi rifugio sotto le coperte e sento un grugnito: la sua buonanotte.
Dei tonfi mi permettono di capire che ha buttato i suoi abiti completamente bagnati per terra, con la sua solita noncuranza.
Si sarà divertito molto allo schiuma-party, anche se io sinceramente non capisco come possa trovare accattivante quel genere di svago: troppo rumore, troppa gente. Mi sento pervaso dalla paura, dalla mia misantropia alienante e dall’inconsapevolezza di un desiderio celato a me stesso.
La facoltà di Matematica non è quella che si potrebbe definire passeggiata, eppure Simone dormendo tutto il giorno, facendo il minimo indispensabile, riesce a eccellere, mentre io passo la mia vita dietro ai libri. Non sono un fanatico dello studio, non è esattamente la mia priorità, sono molto svelto e non ho bisogno di perdere ore dietro formule e teoremi, è un vantaggio, ma le lezioni, il ripasso in biblioteca, li sento necessari, mi fanno sentire parte dell’università.
Inoltre ho bisogno di stimoli, ma non riesco a trovarli nelle stesse cose in cui li trova Simone, preferisco aprire la mente passando i pomeriggi a leggere. Lui basa la sua vita sul godimento massimo che può trarne, è un’esteta, un’edonista, mentre io traggo piacere dai romanzi che mi permettono di condurre molteplici vite! Solo in quei momenti mi sento veramente libero, ma è una libertà illusoria e prigioniera: sono trincerato in me stesso.
Io e Simone siamo così diversi ma accumunati da un grande buco nero interiore: solitudine, mancanza, vuoto.
I miei pensieri mi confondono, più penso più… non capisco.
Devo dormire.
Nemmeno il tempo di chiudere gli occhi e già la sveglia irrompe nel mio cervello sopito.
Alzarmi o non alzarmi? Questo è il problema.
Riflettiamo. Che lezioni dovevo seguire questa mattina? Che noia! Basta, buonanotte mondo!
Non è l’influenza di Simone, questo è certo.
Adam: nome di origine biblica che non mi si addice per niente. Non mi farei mai influenzare da una donna e soprattutto non credo in dio. Povera mamma, non poteva immaginare che portava in grembo un blasfemo. Magari questa è un’esagerazione, ma le mie convinzioni sono decisamente radicali e contrastanti, inconcepibili per la mia famiglia, per loro ogni cosa è tabù.
Hanno voluto cambiarmi o stimolarmi?
Mi hanno amato o semplicemente sopportato?
Sono orgogliosi di me o di quello che vogliono credere che io sia?

«Mamma, papà, ho deciso: farò matematica.»
Mio padre si avvicinò lentamente e con stanca pesantezza mi abbracciò.
«Fai ciò che credi sia giusto per te, non importa dove ti porterà, ma semplicemente cosa riesce a darti e cosa tu riesce a trarne.»
Non mi aveva mai parlato in quel modo, sembrava addirittura sincero.
Mia mamma mi guardò con sguardo apprensivo, le mani ancora insaponate, indecisa, anche un po’ preoccupata.
«Adam, matematica è… Ma non volevi fare Economia e Commercio per lavorare in azienda con tuo padre? Credevo ti piacesse lavorare a contatto con la gente, con tuo padre… Anche architettura andrebbe bene.»
Io la guardai senza lasciar trapelare emozioni, non sentivo niente.
«Mi piacerebbe tanto studiare fuori, mi piacerebbe tanto andare a Milano.»
Mi aveva attratto la possibilità di poter essere invisibile tra tanta gente, tra tanto movimento. Milano è grande, chi doveva fare caso a me?
Papà con una pacca sulla spalla mi fece capire che avevo il suo supporto, mamma, fece semplicemente la mamma, era dolcemente tesa: il suo bambino aveva fatto una scelta.

Apro gli occhi stordito. Che ore sono? Non lo voglio sapere. Perché dovevo ricordarmi di quel giorno, di quel preciso momento, l’unico che posso definire felice? Il brivido che avevo provato nel decidere di me stesso e di prendermi la responsabilità del mio futuro mentre i miei genitori non potevano niente, e ne erano consapevoli: è stata la mia prima grande soddisfazione.
In me convivono molte personalità e tendo di reprimere il reprimibile: emotività, mancanza di autocontrollo, impulso.
Sbarro gli occhi.
È vivere calcolare ogni cosa in ogni momento?
Sono le piccole cose ad affascinarmi tanto. Perché?
Un momento: Simone? Non c’è nel suo letto. La sua parte di stanza è anche ordinata. Qualcosa non quadra.
Mi alzo lentamente, la testa è dolorante come se fossi reduce da una brutta sbornia. Ho dormito troppo, quando di solito mi bastano quattro ore.
Afferro l’orologio digitale? 8.35.
La mia sveglia era puntata per le 6.00, ancora sono in tempo per andare a lezione, purtroppo. Quando ho deciso di fregarmene di quel rumore la mia speranza era almeno di riuscire a svegliarmi tardi per una volta, invece il mio buonsenso non mi permette di saltare nemmeno una lezione, avevo solo perso il tempo per la mia corsa mattutina, poco male, vuol dire che farò un’ora in più di palestra.
Cammino, ancora intontito, verso il bagno ma proprio sulla porta tre post-it gialli attirarono la mia attenzione:
– Carissimo buondì! Il dovere mi chiama, una fanciulla in difficoltà richiede la mia presenza e lo sai un buon cavaliere deve fare il suo dovere!
Un piccolo smile con l’occhiolino faceva perfettamente intendere le sue intenzioni.
Il successivo biglietto è ancora più esilarante, a dir poco sarcastico.
– Tranquillo, non mi prendi in giro spegnendo la sveglia, tanto lo so che ti sveglierai in tempo per andare a lezione.
Mi conosce fin troppo bene o sono così prevedibile?
– Ps: Spesa. Cibo. Fame.
No, l’avevo dimenticato! Tocca a me fare la spesa oggi! Non ne ho proprio voglia, poi è strano che me l’abbia ricordato proprio Simone, sicuramente ci sarà qualcosa sotto.
Curioso mi avvicino a quel piccolo frigorifero e lo apro. Lo scenario che mi si presenta è post apocalittico: la desolazione. Il frigorifero sembra addirittura implorarmi di essere riempito.
Come ci siamo ridotti? Un’illuminazione improvvisa mi da una risposta! Simone! Lui ha trovato il modo perfetto per scaricarmi lo spiacevole compito. Toccava a lui la settimana scorsa, ma la mia noncuranza per il cibo gli ha permesso di temporeggiare fino alla settimana del mio turno.
Ghigno in maniera falsamente maligna, niente è irrimediabile.
Prendo un post-it e con una penna viola inizio a scrivere.
– Vado a lezione, non torno a casa. Devi pensarci tu alla spesa oppure… la mia ira funesta incomberà su di te! Sai a cosa alludo.
Quanto sono perfido! Simone ricorda ancora cosa gli ho combinato l’ultima volta, non ricordo perché mi aveva fatto arrabbiare, però, per un intera settimana l’ho svegliato al mio stesso orario con un secchio di acqua gelida e cubetti di ghiaccio!

MC