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Lei

Lei riposa.

I suoi sospiri riecheggiano nella stanza completamente vuota, mentre le gocce di cioccolato cercano di scaldarla.

C’è fin troppo freddo.

La condensa scivola sulle pareti spoglie e si cristallizza con lentezza. Il rumore croccante e umido la sveglia. Lei apre lentamente i suoi occhi di burro e vaniglia, e si accorge di essere ancora dentro la stanza.

I suoi occhi feriscono, squarciano le pareti .

Freme.

Il suo profumo invade quel luogo gelido, mentre i suoi lamenti fanno vibrare l’aria.

Cerca di sentire rumori dal mondo esterno, quel mondo che l’ha creata con la violenza delle fruste e la dolcezza granulosa dello zucchero, ma non riesce a sentire nulla: è intrappolata in quel mondo statico e freddo.

Basterebbe che qualcuno poggiasse la mano sulla maniglia grigia e, aprendo la porta, la vedesse lì, sola, immobile con le sue gocce di cioccolato.

Basterebbe solo che quella persona avvicinasse il dito verso di lei e con un rapido gesto ne prendesse un po’.

Basterebbe che quella stessa persona se la portasse alla bocca per sentire il suo sapore soffice e vanigliato. E in quel momento capirebbe di volerla condividere con qualcuno a cui tiene, magari gustandola dallo stesso cucchiaio.

Lei non vuole essere mangiata distrattamente, vuole essere gustata, vuole essere assaporata per donare l’energia data dalle gocce di cioccolato che non si vedono dalla superficie perfetta e liscia, ma che dentro di lei ribollono dalla voglia di emergere ed essere scoperte.

Perché lei è buona, ma viene resa favolosa da qualcosa che non ti aspetti: quelle gocce di cioccolato, extrafondente.

Si potrebbe credere che siano troppo aspre, ma quando la cioccolata si scioglierà insieme a lei sulla lingua di chi la vorrà sentire, allora capirà che niente è più dolce di qualcuno che porta dentro di sé l’amaro che danza con la morbidezza.

Lei e la cioccolata extrafondente si cercano, si fondono, si riappropiano: si respingono per aversi, per possedersi, per rimanere in equilibrio.

Crema Pasticcera

La crema pasticcera riposa. I suoi sospiri riecheggiano nel frigo completamente vuoto, mentre le gocce di cioccolato cercano di scaldarla.

C’è fin troppo freddo.

La condensa scivola sulle pareti spoglie e si cristallizza con lentezza. Il rumore croccante e umido sveglia la crema. Lei apre lentamente i suoi occhi di burro e vaniglia e si accorge di essere ancora dentro al frigo. Cerca di sentire rumori dal mondo esterno, quel mondo che l’ha creata con la violenza delle fruste e la dolcezza granulosa dello zucchero, ma non riesce a sentire nulla: è intrappolata in quel mondo statico e fresco.

Basterebbe che qualcuno poggiasse la mano sulla maniglia grigia e, aprendo il frigo, la vedesse lì, sola, immobile con le sue gocce di cioccolato. Basterebbe solo che quella persona avvicinasse il dito verso di lei e con un rapido gesto ne prendesse un po’. Basterebbe che quella stessa persona se la portasse alla bocca per sentire il suo sapore soffice e vanigliato. E in quel momento capirebbe di volerla condividere con qualcuno a cui tiene, magari gustandola dallo stesso cucchiaio.

Lei, la crema pasticcera, non vuole essere mangiata distrattamente, vuole essere gustata, vuole essere assaporata per donare passione, energia data dalle gocce di cioccolato che non si vedono dalla superficie perfetta e liscia, ma che dentro di lei ribollono dalla voglia di emergere ed essere scoperte.

Perché la crema pasticcera è buona, ma viene resa favolosa da qualcosa che non ti aspetti: quelle gocce di cioccolato, extrafondente.

Si potrebbe credere che siano troppo aspre, ma quando la cioccolata si scioglierà insieme alla crema sulla lingua del fortunato, allora capirà che niente è più dolce di qualcuno che porta dentro di sé l’amaro che danza con la morbidezza.

La crema pasticcera aspetta.
Può solo aspettare.

Luisa voleva fare una torta

Luisa voleva fare una torta, ma in cucina gli ingredienti erano sparsi ovunque.

Sulle mattonelle i disegni erano resi brillanti dai granelli cristallini dello zucchero, sbadatamente adagiati sul pavimento e che ancora velavano l’aria.
Sul tavolo la bustina di lievito era unta di albume e colorata dal tuorlo che oltrepassava la carta con cui tentava di proteggersi. Un panno arricciato cercava di arginare il brandy che si era versato sulla sedia bianca, mentre la bottiglia aveva già smesso di rotolare, ormai completamente vuota.
Dallo spigolo del tavolo il latte gocciolava lentamente insieme al brandy e raggiungeva lo zucchero, impastandosi con la polvere e la granella di pistacchio.
Il setaccio stava immacolato in un angolo del piano cottura, a differenza dello sbattitore, ricoperto dagli ingredienti liberati.
Dentro al frigo, invece, riposava serena la crema pasticcera, che minuto dopo minuto rassodava la sua consistenza setosa e morbida. Abbandonata in quel frigo vuoto, godeva solo della compagnia delle gocce di cioccolato fondente che l’insaporivano e le davano un carattere forte e indipendente.
Dietro la porta della cucina, il gatto si leccava le zampe con dedizione e incuranza.
Assaporava il latte, lo zucchero, il brandy e la granella di pistacchio abbracciati al suo pelo.
La sua lingua dalle numerose papille gustative si godeva quell’impasto non poi così involontario, ma il micio si era stancato e finalmente, dopo quel divertente gioco, poteva andare a dormire nella sua cesta.
Luisa voleva fare una torta, ma non riusciva a smettere di guardare quello che era successo.
Aveva ancora la frusta in mano.