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Lady Gaga è Morta

Caro Alessio, senza di te questo racconto avrebbe perso in realismo.

La tua passione verso la sua musica mi è stata d’ispirazione!

                                                                                                                         Grazie

Raccolta fotografica di Alessio

Cari piccoli mostri,

nessuno ci insegna a vivere, figuriamoci a gestire una vita da star.

Chiunque vorrebbe essere al mio posto, ma nonostante questo vorrei solo sparire e nascondermi. Non è giusto, sono un’ingrata; la vanità non mi permette nemmeno di provare sensi di colpa.

Sono arrivati gli applausi con le critiche, gli insulti insieme allo stupore: più venivo messa in cattiva luce, più la mia popolarità aumentava. In fin dei conti si tratta sempre di riflettori e lo scandalo mette in mostra più del volontariato, così li ho fusi creando Lady Gaga.

Resta di me l’apparenza di una donna che non mi appartiene, non la marionetta della casa discografica, ma la vostra bambola, miei piccoli mostri.

L’ascesa di un artista dipende dal suo talento nel fingere e così sono diventata un’attrice; l’effetto collaterale è stato trincerarmi nel mio personaggio pur di non farmi percepire come sono davvero, non ne ho il coraggio. È molto più rassicurante pensare che invadete la vita di Lady Gaga, eccentrica e feroce diva della musica pop, non la realtà di Stefani.

Ho indagato me stessa attraverso l’estremo, i costumi non erano mai abbastanza, come le mie performance che dovevano essere sempre più audaci e provocatorie. Dovevo farmi notare in un panorama in cui il singolo è invisibile così, i miei video violenti, diventarono un grido disperato, le urla di Stefani che, logorata, tentava di resuscitare.

Credete di conoscermi?

No, non potete, è un gioco di ruolo: ditemi chi devo essere e lo sarò! Ogni mio gesto è stato calcolato: strategia di marketing. Ho fatto la differenza, ma cosa ne resta se ogni azione è stata giostrata e manipolata per accattivarvi?

Non mi sono ispirata né ai Queen né a David Bowie, ho saputo sfruttare ciò che ha reso celebri i grandi artisti della musica senza imitarne l’arte, ma prediligendo la spettacolarità.

Non sono nemmeno la donna forte, estroversa e disinibita che ostento: ho dovuto lavorare sul mio corpo per poter apparire come voi mi volevate. Vi risparmio il cliché della povera ragazza che lotta contro tutto e tutti, anche contro se stessa, per ottenere il successo che sogna; ho sempre saputo cosa volevo e cosa fare per ottenerlo, sicura e determinata ho fatto il necessario e non me ne pento.

Mi costringete al cambiamento costante ed io, con abilità, riesco a renderlo un evento unico e mai visto prima. La definite novità?

Adesso però sono stanca di questa finzione, vorrei solo stare tranquilla, sedermi su una poltrona, aspettare che il barboncino Fozzi si accoccoli accanto a me e godermi quello che ho guadagnato sacrificando la mia personalità. Forse non è ancora troppo tardi per riuscire a ritrovare Stefani.

Com’è possibile che la ricerca del vero talento sia sfociata nell’ossessione per l’immagine?

Sia lo Show Business che lo Star System dipendono da voi, le celebrità sono il prodotto e voi il compratore.

È un gioco di specchi: voi imitate ciò che avete preteso, ciò che avete imposto, ma così facendo desiderate diventare prodotto a vostra volta, anche se è palese che ciò che si vende è solo fumo.

Non notate la contraddizione?

I veri talenti ci sono, ed è arrivato il momento che mi metta da parte, in fin dei conti il mio talento maggiore è il carisma camaleontico, non la voce.

Vi ho chiamato “piccoli mostri” perché non siete semplici fan, mentre voi mi avete considerato la vostra mamma; non posso fare a meno di sorridere se penso che siete stati voi a generarmi.

Il nostro legame è intimo e l’unico modo per liberarmi dal cordone ombelicale è reciderlo!

Non sono così dura come cerco di dimostrare ostinatamente, probabilmente è un altro dei miei tentativi di proteggermi.

Tutto quello che ho fatto non è mai esistito, ho solo dato voce al coraggio che non avete avuto, ma che in realtà possedete.

Addio piccoli mostri, dimenticatevi di Lady Gaga, amatemi per quella che sono davvero e che non conoscerete, oppure odiatemi con sincerità, non con invidia, né con ipocrisia.

La mai vostra

Stefani

MC

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Si dondolava

fonte: Google Immagini, Escibidora06 non è proprietario della foto
Fonte: Google Immagini

Si dondolava, le piaceva farlo, soprattutto nelle giornate in cui il vento l’accompagnava nei movimenti e portava con sé il profumo dei tulipani bianchi. In quei momenti il sole le illuminava gli occhi azzurri, tenaci, che non si facevano intimorire dalla forza dei raggi del sole. Spregiudicata e fiera non le importava se il vestito le scopriva le gambe sottili, imbrunite appena da un’abbronzatura in formazione.
Si dondolava, le piaceva farlo, diventava lei stessa quell’altalena. La frenesia di andare sempre più in alto la faceva cadere, ma si rialzava subito, incurante delle macchie di erba sul suo abito e riprovava ancora. Non mi ha mai permesso di spingerla, sarebbe stato troppo facile, così, allungava le gambe per darsi spinta e le guance si colorivano di felicità ed entusiasmo.
Si dondolava, le piaceva farlo, nemmeno i suoi capelli ramati, sempre in disordine, riuscivano a stare al ritmo dei suoi movimenti. Questa sua vitalità aveva rapito molti cuori, ma, troppo presa dalla bellezza delle piccole cose, non se n’era mai accorta. La conosco da sempre, io stesso le ho costruito l’altalena e lei, per ringraziarmi, mi ha preparato del pane all’uvetta, avevamo undici anni.
A volte, sorseggiando un tè verde, mi diceva che avrebbe aperto una pasticceria, non una comune, ma una in cui i dolci si preparano insieme ai clienti: lei avrebbe messo le competenze, i clienti l’inventiva e i desideri. Ciò che la spingeva era l’idea che non ci fossero sapori che non potessero stare insieme, magari ci voleva solo un po’ di zucchero in più, magari ci voleva soltanto un uovo in meno. Sperava che nella sua pasticceria sarebbero venuti scrittori, musicisti, pittori per lasciarsi ispirare dai buoni profumi e immaginava che ogni tavolino avrebbe avuto un fiore appena colto e le pareti sarebbero state di colore pastello.
A volte, sdraiata sul prato, componeva melodie con un pianoforte immaginario, muoveva con grazia le dita nel vuoto e si commuoveva. Camminava scalza sull’erba rugiadosa chiudendo gli occhi per assaporarne i brividi che le procurava. Le emozioni nutrivano i suoi sogni e la sua personalità donava loro colore.
A volte urlava senza apparente ragione, era il suo modo di mandare via le frustrazioni e la negatività, non voleva esserne contaminata perché la vita è fatta di alti e bassi e non c’è ragione per lasciarsi condizionare.
Non piangeva, non si lasciava andare ai sentimentalismi, amava, senza eccessi e senza pretese. Non era perfetta, si mangiava le unghie e si grattava spesso la testa, parlava senza riflettere ed era testarda; quando era nervosa o pensierosa aggrottava le sopracciglia e borbottava finché un suo pugno non avrebbe stabilito che aveva ragione lei.
Le sue lentiggini sono l’enigma che ho sempre desiderato svelare, ma in lei non c’è risposta, non c’è soluzione, solo domande senza fine, pensieri che vagano e ritornano, si evolvono, si scompongono, si legano, non possono stare fermi.
La osservo, è sull’altalena e sorride, felice di poter avere l’illusione di volare, felice di essere viva, felice di poter osservare le prospettive che cambiano repentinamente a seconda del movimento, felice di avere me nella sua vita, felice di poter condividere ciò che le passa per la testa con chi la conosce meglio al mondo, con chi la ama senza riserve, con chi le chiederà di sposarla oggi, qui, mentre è sull’altalena.

MC

Apologia ai Corsi di Scrittura

Molto spesso, tra amici che tentavano di dissuadermi e commenti su internet, ho notato una radicata diffidenza verso i corsi di scrittura. Come mai quest’accanimento contro tali corsi e non contro quelli di musica o teatro? In fin dei conti, entrambi, sono tenuti da professionisti che insegnano agli appassionati come muoversi nel rispettivo ambito. Come mai questa sfiducia? È un retaggio romantico sostenere il genio libero e ribelle al di sopra delle regole retoriche e grammaticali? Eppure, nonostante ci siano numerosi pittori naif quanto gli scrittori autodidatti, questo pregiudizio in pittura non prevale come nella scrittura.
Ciò che spesso viene obiettato è che il talento non si insegna, ma nessun corso di scrittura ha queste pretese: il talento c’è o non c’è, una scuola o un corso può solo aiutare ad esprimerlo e a farlo emergere. Molti non si accorgono che, quando non si controlla il proprio mezzo di espressione, a volte, se ne diventa vittime. Ci vuole qualcuno che insegni a gestire il “potere” dei mezzi artistici, soprattutto, ci vuole qualcuno che ci indichi qual è il mezzo più adatto per farlo. Molti sono gli stili, le tecniche e le correnti, come in qualsiasi arte, e diversi sono i modi di approcciarsi ad esse.
Ad esempio, Joyce, con il suo stream of consciousness, ha rivoluzionato il modo di scrivere, permettendo così di dare voce ai pensieri che, a differenza di ciò che viene scritto o detto, non hanno freno e punteggiatura: prima di arrivare a questo espediente letterario, aveva letto e scritto tanto, studiato e aperto la sua mente alle novità psicanalitiche. Senza regole non potremo arrivare al superamento di esse e all’innovazione, senza la conoscenza approfondita del passato non possiamo rivoluzionare il presente impedendo alla crisi economica di diventare la crisi dell’uomo.
Il prezzo di alcune scuole è stato oggetto di aspre critiche, ma, nonostante il periodo di crisi che ci sta lentamente soffocando, ho anche la consapevolezza dei costi di mantenimento per un corso o una scuola. Ad esempio, la retta della scuola Holden, è apparentemente ingente, ma bisogna tenere conto di ciò offre e ciò di cui ha bisogno per andare avanti: per i Mirabilia, gli insegnanti, gli esperti del settore, lo staff, la nuova sede, gli eventi, le borse di studio e i prestiti d’Onore, 8700 euro risulta una cifra accettabile, soprattutto se la paragoniamo alle cifre delle scuole di arti creative all’estero. Non avallo il sistema privatizzato dell’istruzione, il problema però non sono le scuole private, ma il paese che taglia sulla cultura. I veri avvoltoi, che si nutrono dei sogni dei giovani scrittori emergenti, sono le case editrici che chiedono un contributo economico per pubblicare il libro.
Recentemente, sempre alla scuola Holden, sono state rivolte delle critiche riguardo il limite d’età dei candidati, dato che ci si può iscrivere solo se si ha un’età compresa tra i 18 e i 30. Molti hanno considerato questo margine come una restrizione eccessiva, in realtà non è così, perché la scuola propone numerosissimi corsi paralleli, aperti a tutti, a costi minori. La differenza è lo scopo: la scuola vuole dare spazio ai giovani per avvicinarli al mondo in cui desiderano lavorare e dargli le conoscenze per trovare il loro posto nella società, mentre persone più grandi hanno necessità diverse, magari hanno solo bisogno di affinare le loro tecniche o approfondire qualche tema, essendosi già affermati in altri settori. La differenza generazionale cambia la mentalità, bisogna tenerne conto mettendo da parte l’orgoglio.
In un panorama demotivante come quello italiano, bisognerebbe affrontare le difficoltà ed imparare ad emergere da esse: non sono i commenti acritici a cambiare le cose, ma un’analisi costruttiva. Fate sempre sentire la vostra voce, ma non cedete alle trappole dei luoghi comuni. Basta criticare, bisogna agire! Un semplice corso di narrazione può aiutare ad ampliare le conoscenze e le prospettive di vita, incrementando le capacità e valorizzando il talento.
Ho aperto un blog per crescere attraverso i commenti, per vedere le reazioni che un mio scritto poteva suscitare e imparare da ciò che avrei letto, ciascuno di noi è un maestro e l’esperienza può insegnare molto. Se i miei sogni non dovessero realizzarsi tutti andrà bene lo stesso, raccontare storie, in qualsiasi modo, è stato stimolante e ha influito in maniera decisiva su di me.
La mia migliore amica è una ballerina di danza classica che, grazie al suo impegno e talento, è riuscita a superare le difficoltà causate dalla disciplina tanto affascinate quanto severa, entrando nella scuola del Teatro dell’Opera di Roma, raccontando storie meravigliose attraverso i  passi di danza. Lei mi ha insegnato ad osare e non la ringrazierò mai abbastanza, perché mi ha fatto comprendere che non ci sono limiti per raccontare una storia, qualsiasi mezzo può essere efficace: un piatto della tradizione, un voce sublime, uno strumento musicale, un passo di danza, una cinepresa, un dipinto, una scultura. La comunicazione è un dono, sfruttiamola, valorizziamola: l’arte ci rende vivi!

MC

Lettera a un Padre Assente

Egotico, egocentrico ed egoista o, per lo meno, mi hanno definito così. Mi viene da ridere, sogghigno nervosamente: queste parole stanno per prendere vita.
Tutti hanno preteso, tutti hanno preteso un Emiliano che non sono ed accondiscendendo alle asfissianti convenzioni sociali ho dimenticato chi sono. L’ho permesso, sono colpevole.
Mamma non voglio che tu pianga, non c’entri. Tuo marito, si, papà è il responsabile e questa lettera è per lui!

Caro Papà,
ti è mai passato per la mente di instaurare un rapporto tra noi? Non tra pari, figuriamoci, per te sarebbe privo di senso, intendo un semplice rapporto padre-figlio. Forse ti sfugge il significato di questo singolare tipo di relazione, ma nelle famiglie normali padre e figlio condividono esperienze, sono l’uno l’orgoglio dell’altro, provano affetto reciproco. L’hai mai ritenuto possibile? Probabilmente no, sei così chiuso nella convinzione di essere una divinità da considerare gli altri miseri schiavi, utili solo per ergere templi in tuo onore. Non importa quanto sangue viene versato, nessuno è degno della tua considerazione.
Non l’avrai notato, però, tra me e gli altri vi è una insulsa, piccola, futile, differenza: io ero tuo figlio, il tuo unico figlio. Ero solo un bambino, ero un bambino…
Per te non è mai stato importante niente di tutto quello che facevo per attirare la tua attenzione: costruivo castelli con i lego, con la cera pongo, li dipingevo e con le pentole disturbavo i tuoi delicati timpani con ritmi primitivi.
L’unica cosa che sapevi dirmi era:
«Credi che possa reggersi in piedi una cosa del genere?»
«No, non ci siamo. Perché ti ostini?»
Certo, il discorso poteva anche sembrare corretto, solo che non ti rendevi conto che avevo solo tre anni…tre!
Ma io non demordevo e continuavo a ripetermi: continua, prima o poi in qualcosa di buono riuscirai e papà sarà fiero di te. Ho smesso di perdere “tempo” con i fortini e ho iniziato a progettare case, ad imitare i tuoi grandi progetti, tentando di apportare un contributo: volevo aiutarti, volevo stare con te.
Non l’avessi mai fatto, vedendo i miei lavori li hai distrutti in mille pezzi disintegrando la mia autostima: avevo sei anni.
Quando andai a scuola l’impatto fu traumatico, mi prendevano in giro: lo sapevi? No, non ti è mai importato. Adesso invece sei costretto, anche se probabilmente non stimolerà il tuo interesse io voglio farlo lo stesso!
A differenza degli altri bambini, sapevo leggere, scrivere, districarmi senza problemi con le operazioni e passavo la maggior parte della ricreazione a disegnare e progettare piccole invenzioni che puntualmente mi venivano rotte dai simpatici calci dei miei compagni mentre cantavano in coro:
«Emiliano, Emiliano,
tu si che sei un po’ strano,
noi non ti vogliamo
e così in giro ti prendiamo.»
Piangevo ed il tentativo di farli smettere da parte delle maestre era inutile. Mi sono costretto a comprendere il significato della vita sociale e mi sono chiesto: cosa piace ai miei coetanei? La risposta era ovvia: ai bambini le macchine, alle bambine le bambole. Non capivo il perché di questi stereotipi indotti, ma li ho sfruttati per fare amicizia e mentre per i bambini costruivo modellini di macchine, per le bambine delle bambole da abbracciare. Questo mi ha permesso di diventare popolare e così ho continuato.
Alle medie ed al liceo gli interessi erano un po’ più sofisticati, la dinamica, però, era sempre la stessa: contava solo l’immagine e la perversione sociale imponeva un tira e molla fra i due sessi.
Il mio essere figlio unico in una famiglia benestante mi ha agevolato nella voracità consumistica generazionale: bei vestiti e privilegi, ero circondato da tantissimi “amici”, che amici non erano, e le ragazze ci provavano nei modi più lascivi e sensuali. Io facevo lo snob, mi pavoneggiavo come se nessuno fosse alla mia altezza, avevo paura di poter provare sentimenti. Non sopportavo l’idea di venire rifiutato, rifiutato come hai fatto tu. Grazie a te non ho avuto una vita sociale sana, sei contento?
Mamma, al contrario tuo, era fiera di me, ero il più bravo della classe, anzi, della scuola, vincevo concorsi, borse di studio ed eccellevo in ogni attività che decidevo di praticare.
Non avevo bisogno di studiare, capivo molto e memorizzavo in fretta: memoria eidetica l’avevano definita.
Grazie agli infiniti libri che divoravo riuscivo a prendermi cura da solo della mia moto ed anche del sassofono che mi aveva regalato mamma.
Non ti chiedevo mai niente, non ne avevo bisogno.
Ti sei mai accorto che riparavo tutto io a casa? Mi occupavo di ogni cosa, dalle riparazioni semplici a quelle complesse ed ero molto più competente di quei professionisti che chiamavi e li mettevo puntualmente a disagio con le mie domande e il mio fargli notare le inesattezze.
Per te restavo un fallito e le mie invenzioni ti facevano ridere: per il compleanno ti ho regalato un rasoio elettrico che non irritava la pelle, era privo di lame e la rasatura veniva impeccabile. Tu non l’hai mai usato, diffidavi perché non mi ritenevi capace di niente.
Di nascosto manomisi la tua poltrona preferita per evitare di farti venire mal di schiena: quando ti addormentavi ti evitava quelle posizioni innaturali e scomode e ti portava direttamente a letto. No, non te ne sei mai accorto, come se fosse consueto risvegliarsi in un luogo diverso da quello in cui ci si è appisolati.
Cieco, sordo! Quando te lo rinfacciavo non facevi altro che sbraitare riguardo la loro inutilità, considerandole derivate dalla mia radicata pigrizia. Pigro? Mi svegliavo tutte le mattine alle cinque per poterti vedere prima che tu andassi a lavoro e mentre aspettavo di andare a scuola progettavo qualcosa che potesse finalmente stupirti o, quando ero particolarmente triste, dipingevo i miei dolori.
È privo di senso continuare quest’elenco di “inutilità”, le hai ignorate all’ora, perché dovrebbe essere diverso?
Grazie a te ho imparato a distruggere e come vedi ho distrutto tutto. L’unica cosa che ti lascio è il progetto della casa in cui avrei voluto abitare con Cristina. Chi è Cristina? Cristina è l’unico amore della mia patetica vita. Prima di incontrarla ero troppo concentrato su di me, su di te, per vedere gli altri ed ero troppo spaventato a causa tua per fare entrare qualcuno nella mia vita. Eppure al compleanno di Elsa, Elena mi presentò questa ragazza. I suoi grandi occhi verdi, profondamente malinconici, mi hanno provocato un’esplosione di emozioni talmente intense, da costringermi a tornare a casa immediatamente: ne ero sopraffatto. Quella notte non sono riuscito a dormire e ho iniziato a scrivere delle lettere. Da quel giorno, invece di perdere tempo a costruire ciò che tu definivi “inutili” ed “improduttivo”, ho dedicato ogni mio sforzo per lei: ho iniziato a comporre della musica, tu mi urlavi di smettere con quell’assordante rumore, ed ho iniziato a dipingere con impegno. Purtroppo nessuno stile era sufficiente; dall’astrattismo al manierismo fiammingo, dall’impressionismo all’espressionismo, nessuno riusciva a risolvere l’enigma dei suoi occhi.
Le tue considerazioni smisero di valere, c’era lei solo lei. Lei che stava vivendo dei problemi che tu, piccolo borghesuccio viziato e presuntuoso, non potrai mai capire! Dovevo aiutarla, dovevo fare qualcosa e ho provato di tutto per vederla, sono diventato pazzo nel tentativo ma purtroppo lei si era chiusa in se stessa, era impenetrabile, ed io lentamente mi sono alienato nel mio dolore, dolore che era il suo.
Non mi sono arreso fino ad oggi pomeriggio: l’ho rivista, ma è troppo tardi, è morta dentro… Non sono riuscito nell’unica cosa che davvero era importante e, vedendola così, sono morto anche io, sono morto senza di lei.
Adesso prenditi le responsabilità del padre che non sei mai stato e fai l’unica cosa che ti sto chiedendo di fare: va da lei e dalle le lettere che le ho scritto, le trovi all’interno della scatola accanto a questa lettera.
Ormai non potrò più deluderti, ho deciso di costruire qualcosa per l’ultima volta: questa stanza diventerà il mausoleo del tuo fallimento e del mio.
Addio papà, mi dispiace di non essere riuscito a dimostrarti niente, credo che se tu non mi hai mai visto sia stato per colpa mia.
Dalla mia vita inutile me ne vado inutilmente.

Emiliano

P.S. Per favore, e te lo chiedo con le mie ultime forze, fa si che almeno per Cristina non sia la fine.

Le lacrime increspano il foglio che lentamente volteggia verso il pavimento.
Salvatore riesce a vedere suo figlio per la prima volta, troppo tardi.

MC