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Ti amo troppo

Riesco a distinguere i tuoi passi che si avvicinano all’ingresso di casa tua. Ti ho aspettata tutto il giorno con la speranza di scorgerti dall’occhiello della mia porta. Abitiamo l’uno di fronte all’altro e non solo riesco a percepire i tuoi movimenti, posso anche vedere quando entri ed esci da casa.

L’erotico ticchettio sul pavimento mi sussurra che oggi porti i tacchi. Scommetto che li hai messi per me, per essere notata da me. Saranno quelli neri di velluto o quelli un po’ più alti?
Apro la porta e, simulando la coincidenza, ti saluto. Ricambi con un sorriso educato, mentre quel rossetto rosso opaco incornicia in modo sensuale la tua bocca perfetta. Ti sei truccata per me anche oggi: sei bella, sei bellissima.
Ti chiedo dove sei stata. Mi rispondi guardandoti intorno, anche se non capisco perché. Inizio a innervosirmi, ma non vorrei mai metterti a disagio. Con un gesto di apertura ti chiedo com’è andato il lavoro. Con fretta mi rispondi che sei stanca, che vuoi cenare e poi andare a riposarti. Non mi perdo d’animo: ti invito a cena.
Potrebbe essere il nostro primo appuntamento, sì. Potremo andare nel ristorante lussuoso in Corso Rosselli. Il vino buono e del pesce fresco potrebbero essere un dolce preliminare e offrirei io. Questo non te lo dico però, non riesco a farlo. Mi interrompi, vuoi solo rientrare a casa. Perché fai così? Perché?
Devo mantenere la calma, in effetti sei tornata da me, per me.
Forse vuoi solo rilassarti prima di passare una bella serata insieme, se sei stanca non potresti dare il meglio di te, e io non voglio gravare, anzi, vorrei renderti felice.
Ti lascio andare. Mi saluti, ti giri e cerchi con foga le chiavi. Noto con stupore che hai delle scarpe che non avevo mai visto. Una fitta di gelosia mi ferisce, ma non posso fartelo notare. Ci sarà tempo per le risposte.
Aspetto che rientri. Appena ti vedo al sicuro decido di andare nella pizzeria accanto al nostro condominio, per comprarti una pizza alla Nutella. So che è la tua preferita, ti ho sentito mentre lo confessavi al telefono ad un’amica e questa potrebbe essere una bella occasione per inaugurare il dopocena. Immagino già il tuo volto teso per lo stupore, le tue braccia che mi circondano per ringraziarmi e la felicità mentre addenti il primo morso. Ti sporcherai quelle labbra perfette, piene. Ci penserò io a toglierti la crema alla nocciola, ti bacerò come non sei mai stata baciata. Faremo alzare la temperatura e poi urlerai il mio nome per il piacere, piacere che solo io posso darti. Saremo uniti, come hai sempre desiderato.
La pizza è pronta, avverto il profumo dolce della Nutella che a contatto con la pasta ardente inzia a sciogliersi. Devo sbrigarmi se voglio riuscire a portartela ancora calda.
Pago l’amico pizzaiolo e gli do una mancia cospicua. Comprende il perché del mio slancio, sa tutto del mio amore per te e mi invita a non esagerare, come se fosse possibile.
Arrivato nel palazzo vorrei fare le scale a tre a tre perchè non vedo l’ora di citofonarti, di sentire la tua voce delicata e poterti fare questa sorpresa, invece mi trattengo, devo ripassare il mio piano e ad ogni gradino aggiungo un dettaglio alla mia strategia calcolata.
Arrivato nel nostro piano, l’ultimo, il tetto sembra diventare più alto e il pavimento più soffice: mi sento volare.
Di fronte alla tua porta prendo un respiro profondo. Devo essere perfetto per te.
Mi prendo di coraggio e faccio muovere il mio dito tremolante sul tuo campanello impolverato. Non viene mai nessuno da te, ma questa notte ti terrò io compagnia. Il rumore che in altre circostanze mi avrebbe fatto trasilire adesso è per me il trionfo delle possibilità.
Suonerei questo campanello per sempre, per pregustare all’infinito quello che sta per accadere.
Al suono rispondi con rapidità, avvertendomi che stai arrivando. Ti starai vestendo, ti starai mettendo qualcosa di carino, per me.
Quando apri la porta sei in pigima, un brutto e largo pigiama verde sbiadito, addirittura infeltrito. Mi sento offeso, perché ti sei conciata così per la nostra prima grande notte? Mi stai mettendo alla prova vero? Vuoi testare fino a che punto sono innamorato di te. Stai tranquilla, non mi tiro indietro.
Ti saluto e ti prensento la pizza. Ti lasci inebriare da quel profumo, eppure non mi fai entrare. Mi lasci lì, sulla porta, mi dici che non puoi accettare, mi ringrazi, mi spieghi che sei a dieta, cerchi di mandarmi via.
No, non si fa. Sono due anni che ti osservo da quel dannato occhiello, che annoto qualsiasi parola riesco a sentirti pronunciare, che registro i tuoi orari. Adesso sono stanco di fare il ricercatore, adesso non riesco più ad aspettare, è finito il tempo di fare calcoli: adesso sarai mia.
Stringo i denti, con gentilezza ti dico che mi dispiace, non vorrei mai farti trasgredire la dieta. Sei così bella, non ne hai bisogno. Nonostante tutto però avrei piacere che la mangiassi tu, perché so quanto ti piace.
Alla fine sono riuscito a convincerti a prenderla e mentre ti passo la pizza mi infiltro con prepotenza dentro casa tua e chiudo la porta.
Ti agiti, perché? Perché non mi vuoi qui? Cosa ti ho fatto?
Poggi la pizza nel tavolo più vicino, un tavolo di legno vecchio e malridotto. Non avre mai pensato che vivessi in una topaia del genere. Tutto mi sembra verde, tutto mi sembra infeltrito, tutto mi puzza di vecchio come il tuo pigiama.
Ti sei messa in un angolo, sbadigli per finta, vuoi cacciarmi ancora.
Non posso permetterlo, so che in fondo nemmeno tu lo vuoi, sei solo troppo timida per ammetterlo.
Tranquilla, ti metto io a tuo agio.
Mi avvicino a te e stai in silenzio. Strano, di solito parli sempre.
Il mio corpo è a pochi centimetri dal tuo, ti sento battere il cuore e trattenere il respiro.
Apri la bocca, ma io te la serro con la mia mano, grande quanto metà del tuo viso.
Mi sembra quasi un delitto scalfire la tua pelle d’avorio. Sai che non posso fare altrimenti, non riuscirei ancora a sopportare di sentirti dire di andarmene. Non voglio e non lo farò.
Sento la mano inumidirsi, stai piangendo.
Lo sapevo, lo sapevo che non vedevi l’ora di stare con me. Ti sei commossa. Anche sul mio viso scorrono lacrime silenziose. Siamo fatti per stare insieme!
«Ti amo troppo».
So che è presto per dirtelo, ma la tua bellezza sottomessa mi ha fatto perdere il mio spiccato autocrontrollo.
Ti accarezzo i capelli, ti strappo quel brutto pigiama verde e ti accarezzo la pelle.
Adesso che sei nuda la casa sembra risvegliarsi, come se fosse arrossita alla vista del tuo corpo perfetto.
In effetti mi dispiace doverti riempire di lividi, però mi hai costretto e forse ti piace così.

Si dondolava

fonte: Google Immagini, Escibidora06 non è proprietario della foto
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Si dondolava, le piaceva farlo, soprattutto nelle giornate in cui il vento l’accompagnava nei movimenti e portava con sé il profumo dei tulipani bianchi. In quei momenti il sole le illuminava gli occhi azzurri, tenaci, che non si facevano intimorire dalla forza dei raggi del sole. Spregiudicata e fiera non le importava se il vestito le scopriva le gambe sottili, imbrunite appena da un’abbronzatura in formazione.
Si dondolava, le piaceva farlo, diventava lei stessa quell’altalena. La frenesia di andare sempre più in alto la faceva cadere, ma si rialzava subito, incurante delle macchie di erba sul suo abito e riprovava ancora. Non mi ha mai permesso di spingerla, sarebbe stato troppo facile, così, allungava le gambe per darsi spinta e le guance si colorivano di felicità ed entusiasmo.
Si dondolava, le piaceva farlo, nemmeno i suoi capelli ramati, sempre in disordine, riuscivano a stare al ritmo dei suoi movimenti. Questa sua vitalità aveva rapito molti cuori, ma, troppo presa dalla bellezza delle piccole cose, non se n’era mai accorta. La conosco da sempre, io stesso le ho costruito l’altalena e lei, per ringraziarmi, mi ha preparato del pane all’uvetta, avevamo undici anni.
A volte, sorseggiando un tè verde, mi diceva che avrebbe aperto una pasticceria, non una comune, ma una in cui i dolci si preparano insieme ai clienti: lei avrebbe messo le competenze, i clienti l’inventiva e i desideri. Ciò che la spingeva era l’idea che non ci fossero sapori che non potessero stare insieme, magari ci voleva solo un po’ di zucchero in più, magari ci voleva soltanto un uovo in meno. Sperava che nella sua pasticceria sarebbero venuti scrittori, musicisti, pittori per lasciarsi ispirare dai buoni profumi e immaginava che ogni tavolino avrebbe avuto un fiore appena colto e le pareti sarebbero state di colore pastello.
A volte, sdraiata sul prato, componeva melodie con un pianoforte immaginario, muoveva con grazia le dita nel vuoto e si commuoveva. Camminava scalza sull’erba rugiadosa chiudendo gli occhi per assaporarne i brividi che le procurava. Le emozioni nutrivano i suoi sogni e la sua personalità donava loro colore.
A volte urlava senza apparente ragione, era il suo modo di mandare via le frustrazioni e la negatività, non voleva esserne contaminata perché la vita è fatta di alti e bassi e non c’è ragione per lasciarsi condizionare.
Non piangeva, non si lasciava andare ai sentimentalismi, amava, senza eccessi e senza pretese. Non era perfetta, si mangiava le unghie e si grattava spesso la testa, parlava senza riflettere ed era testarda; quando era nervosa o pensierosa aggrottava le sopracciglia e borbottava finché un suo pugno non avrebbe stabilito che aveva ragione lei.
Le sue lentiggini sono l’enigma che ho sempre desiderato svelare, ma in lei non c’è risposta, non c’è soluzione, solo domande senza fine, pensieri che vagano e ritornano, si evolvono, si scompongono, si legano, non possono stare fermi.
La osservo, è sull’altalena e sorride, felice di poter avere l’illusione di volare, felice di essere viva, felice di poter osservare le prospettive che cambiano repentinamente a seconda del movimento, felice di avere me nella sua vita, felice di poter condividere ciò che le passa per la testa con chi la conosce meglio al mondo, con chi la ama senza riserve, con chi le chiederà di sposarla oggi, qui, mentre è sull’altalena.

MC

Lettera a un Padre Assente

Egotico, egocentrico ed egoista o, per lo meno, mi hanno definito così. Mi viene da ridere, sogghigno nervosamente: queste parole stanno per prendere vita.
Tutti hanno preteso, tutti hanno preteso un Emiliano che non sono ed accondiscendendo alle asfissianti convenzioni sociali ho dimenticato chi sono. L’ho permesso, sono colpevole.
Mamma non voglio che tu pianga, non c’entri. Tuo marito, si, papà è il responsabile e questa lettera è per lui!

Caro Papà,
ti è mai passato per la mente di instaurare un rapporto tra noi? Non tra pari, figuriamoci, per te sarebbe privo di senso, intendo un semplice rapporto padre-figlio. Forse ti sfugge il significato di questo singolare tipo di relazione, ma nelle famiglie normali padre e figlio condividono esperienze, sono l’uno l’orgoglio dell’altro, provano affetto reciproco. L’hai mai ritenuto possibile? Probabilmente no, sei così chiuso nella convinzione di essere una divinità da considerare gli altri miseri schiavi, utili solo per ergere templi in tuo onore. Non importa quanto sangue viene versato, nessuno è degno della tua considerazione.
Non l’avrai notato, però, tra me e gli altri vi è una insulsa, piccola, futile, differenza: io ero tuo figlio, il tuo unico figlio. Ero solo un bambino, ero un bambino…
Per te non è mai stato importante niente di tutto quello che facevo per attirare la tua attenzione: costruivo castelli con i lego, con la cera pongo, li dipingevo e con le pentole disturbavo i tuoi delicati timpani con ritmi primitivi.
L’unica cosa che sapevi dirmi era:
«Credi che possa reggersi in piedi una cosa del genere?»
«No, non ci siamo. Perché ti ostini?»
Certo, il discorso poteva anche sembrare corretto, solo che non ti rendevi conto che avevo solo tre anni…tre!
Ma io non demordevo e continuavo a ripetermi: continua, prima o poi in qualcosa di buono riuscirai e papà sarà fiero di te. Ho smesso di perdere “tempo” con i fortini e ho iniziato a progettare case, ad imitare i tuoi grandi progetti, tentando di apportare un contributo: volevo aiutarti, volevo stare con te.
Non l’avessi mai fatto, vedendo i miei lavori li hai distrutti in mille pezzi disintegrando la mia autostima: avevo sei anni.
Quando andai a scuola l’impatto fu traumatico, mi prendevano in giro: lo sapevi? No, non ti è mai importato. Adesso invece sei costretto, anche se probabilmente non stimolerà il tuo interesse io voglio farlo lo stesso!
A differenza degli altri bambini, sapevo leggere, scrivere, districarmi senza problemi con le operazioni e passavo la maggior parte della ricreazione a disegnare e progettare piccole invenzioni che puntualmente mi venivano rotte dai simpatici calci dei miei compagni mentre cantavano in coro:
«Emiliano, Emiliano,
tu si che sei un po’ strano,
noi non ti vogliamo
e così in giro ti prendiamo.»
Piangevo ed il tentativo di farli smettere da parte delle maestre era inutile. Mi sono costretto a comprendere il significato della vita sociale e mi sono chiesto: cosa piace ai miei coetanei? La risposta era ovvia: ai bambini le macchine, alle bambine le bambole. Non capivo il perché di questi stereotipi indotti, ma li ho sfruttati per fare amicizia e mentre per i bambini costruivo modellini di macchine, per le bambine delle bambole da abbracciare. Questo mi ha permesso di diventare popolare e così ho continuato.
Alle medie ed al liceo gli interessi erano un po’ più sofisticati, la dinamica, però, era sempre la stessa: contava solo l’immagine e la perversione sociale imponeva un tira e molla fra i due sessi.
Il mio essere figlio unico in una famiglia benestante mi ha agevolato nella voracità consumistica generazionale: bei vestiti e privilegi, ero circondato da tantissimi “amici”, che amici non erano, e le ragazze ci provavano nei modi più lascivi e sensuali. Io facevo lo snob, mi pavoneggiavo come se nessuno fosse alla mia altezza, avevo paura di poter provare sentimenti. Non sopportavo l’idea di venire rifiutato, rifiutato come hai fatto tu. Grazie a te non ho avuto una vita sociale sana, sei contento?
Mamma, al contrario tuo, era fiera di me, ero il più bravo della classe, anzi, della scuola, vincevo concorsi, borse di studio ed eccellevo in ogni attività che decidevo di praticare.
Non avevo bisogno di studiare, capivo molto e memorizzavo in fretta: memoria eidetica l’avevano definita.
Grazie agli infiniti libri che divoravo riuscivo a prendermi cura da solo della mia moto ed anche del sassofono che mi aveva regalato mamma.
Non ti chiedevo mai niente, non ne avevo bisogno.
Ti sei mai accorto che riparavo tutto io a casa? Mi occupavo di ogni cosa, dalle riparazioni semplici a quelle complesse ed ero molto più competente di quei professionisti che chiamavi e li mettevo puntualmente a disagio con le mie domande e il mio fargli notare le inesattezze.
Per te restavo un fallito e le mie invenzioni ti facevano ridere: per il compleanno ti ho regalato un rasoio elettrico che non irritava la pelle, era privo di lame e la rasatura veniva impeccabile. Tu non l’hai mai usato, diffidavi perché non mi ritenevi capace di niente.
Di nascosto manomisi la tua poltrona preferita per evitare di farti venire mal di schiena: quando ti addormentavi ti evitava quelle posizioni innaturali e scomode e ti portava direttamente a letto. No, non te ne sei mai accorto, come se fosse consueto risvegliarsi in un luogo diverso da quello in cui ci si è appisolati.
Cieco, sordo! Quando te lo rinfacciavo non facevi altro che sbraitare riguardo la loro inutilità, considerandole derivate dalla mia radicata pigrizia. Pigro? Mi svegliavo tutte le mattine alle cinque per poterti vedere prima che tu andassi a lavoro e mentre aspettavo di andare a scuola progettavo qualcosa che potesse finalmente stupirti o, quando ero particolarmente triste, dipingevo i miei dolori.
È privo di senso continuare quest’elenco di “inutilità”, le hai ignorate all’ora, perché dovrebbe essere diverso?
Grazie a te ho imparato a distruggere e come vedi ho distrutto tutto. L’unica cosa che ti lascio è il progetto della casa in cui avrei voluto abitare con Cristina. Chi è Cristina? Cristina è l’unico amore della mia patetica vita. Prima di incontrarla ero troppo concentrato su di me, su di te, per vedere gli altri ed ero troppo spaventato a causa tua per fare entrare qualcuno nella mia vita. Eppure al compleanno di Elsa, Elena mi presentò questa ragazza. I suoi grandi occhi verdi, profondamente malinconici, mi hanno provocato un’esplosione di emozioni talmente intense, da costringermi a tornare a casa immediatamente: ne ero sopraffatto. Quella notte non sono riuscito a dormire e ho iniziato a scrivere delle lettere. Da quel giorno, invece di perdere tempo a costruire ciò che tu definivi “inutili” ed “improduttivo”, ho dedicato ogni mio sforzo per lei: ho iniziato a comporre della musica, tu mi urlavi di smettere con quell’assordante rumore, ed ho iniziato a dipingere con impegno. Purtroppo nessuno stile era sufficiente; dall’astrattismo al manierismo fiammingo, dall’impressionismo all’espressionismo, nessuno riusciva a risolvere l’enigma dei suoi occhi.
Le tue considerazioni smisero di valere, c’era lei solo lei. Lei che stava vivendo dei problemi che tu, piccolo borghesuccio viziato e presuntuoso, non potrai mai capire! Dovevo aiutarla, dovevo fare qualcosa e ho provato di tutto per vederla, sono diventato pazzo nel tentativo ma purtroppo lei si era chiusa in se stessa, era impenetrabile, ed io lentamente mi sono alienato nel mio dolore, dolore che era il suo.
Non mi sono arreso fino ad oggi pomeriggio: l’ho rivista, ma è troppo tardi, è morta dentro… Non sono riuscito nell’unica cosa che davvero era importante e, vedendola così, sono morto anche io, sono morto senza di lei.
Adesso prenditi le responsabilità del padre che non sei mai stato e fai l’unica cosa che ti sto chiedendo di fare: va da lei e dalle le lettere che le ho scritto, le trovi all’interno della scatola accanto a questa lettera.
Ormai non potrò più deluderti, ho deciso di costruire qualcosa per l’ultima volta: questa stanza diventerà il mausoleo del tuo fallimento e del mio.
Addio papà, mi dispiace di non essere riuscito a dimostrarti niente, credo che se tu non mi hai mai visto sia stato per colpa mia.
Dalla mia vita inutile me ne vado inutilmente.

Emiliano

P.S. Per favore, e te lo chiedo con le mie ultime forze, fa si che almeno per Cristina non sia la fine.

Le lacrime increspano il foglio che lentamente volteggia verso il pavimento.
Salvatore riesce a vedere suo figlio per la prima volta, troppo tardi.

MC

L’unica lettera di Cristina Donato

Non credo sia semplice, nessuno sa mai con certezza quale sia il giusto modo di affrontare una situazione del genere. Tu c’eri per me, riuscivo a sentirti, la mancanza di fiducia in chi mi circondava, ma soprattutto in me stessa, mi ha accecato e impedito di raggiungerti in tempo. Non potrò mai rimediare a all’errore, non posso perdonarmelo. È irrazionale, ma è proprio questo che lo rende reale. Non posso dimenticarti, non potrò farlo, anche se adesso le nostre vite sono inesorabilmente divise. I tuoi occhi non si poseranno delicatamente sul mio viso, le nostre ciglia non si baceranno, le nostre mani non si uniranno.
Abbiamo perso, abbiamo perso il tempo, abbiamo perso un dono e con esso la vita. Tu non hai fallito, no, la persona che non è riuscita ad essere all’altezza sono stata io. La paura mi ha incatenato in una morsa violenta e inarrestabile e non sono riuscita a raggiungerti. Per me eri un sogno, non riuscivo a comprendere che invece eri reale.
Non ci sono stata, non l’ho fatto; mi maledico. Non riesco nemmeno a essere coerente e lasciarmi andare. Le tue lettere erano una cascata violenta e rapida di sentimenti e vita, mi hanno travolto, l’acqua mi ha travolto e trascinato lontano, ma non mi sono persa, ho ritrovato la giusta via. -Avrei voluto poter essere ciò che tu sei per me, sei perché non smetterai mai di esserlo, sei perché non esistono distanze tra di noi. Non importa che tu sia qui, non importa che tu sia andato via, importa ciò che abbiamo condiviso. Quella sera i nostri sguardi ci hanno lasciato l’uno nell’altro segni indelebili, non conta per quanto tempo staremo lontani, non importa neanche se ci sarà o meno un dopo, so che tu sei dentro di me da quell’indelebile sera e non ti lascerò mai andare, tu non l’hai fatto, fino all’ultimo. C’eri, silente, ma c’eri, e io farò lo stesso, darò fiato alle tue parole e ti renderò immortale perché tu per me lo sei, comunque vada tu sei e sarai. Le tue lettere, i tuoi dipinti, le sculture, le tue foto e le tue registrazioni musicali sono un’arma potente. Tu non vivi attraverso ciò che hai realizzato, esse vivono attraverso di te e non potranno mai soccombere.
Mi rendo conto che sembrerà inappropriato, però ti immagino mentre con una penna mal temperata di accanisci su un foglio lacerato. Le linee non ti soddisfano, così, con decisione impertinente tracci solchi sorprendenti e geniali. Il modo in cui ti rapporti con le geometrie è voluttuoso e armonioso, che siano linee curve o spigolose, il risultato è sempre leggero, semplice, luminoso, bello. Non ho le conoscenze adatte per descrivere i tuoi bozzetti, ma credo che siano in pochi a poter vantare la capacità di emozionare attraverso il disegno di un edificio. ¬-I colori forti dei tuoi dipinti ad acrilico, l’energia che si propagava attraverso il suono della tua tromba, emanano un vigore visivo e acustico che solo chi ha il coraggio di provare sentimenti può trasmettere. Non solo eri, ma sei e rimarrai tu l’opera d’arte più. Un essere umano capace di concentrare in se tutto il tormento esistenziale e tutto l’amore per una vita che non è sufficiente per chi la vive.
Mi sono ritrovata sconvolta da te, dalla tua persona. Io so chi sei, anche se adesso ogni parte di te mi circonda senza te, mentre prima mi circondavi senza esserci. Le tue lettere mi sembrano così familiari, mentre le leggo ti ritrovo davanti a me, ti immagino mentre le componi e non c’è parola migliore di quelle che tu utilizzi: mettendole l’una accanto all’altra si crea musica. Cosa sarebbe cambiato se ti avessi permesso di raggiungermi? Forse saremo insieme, forse ascolteremo Jazz mentre tu disegni e io ti osservo assorta. Sarebbe stato bello, tu ci credi? Io si. -Non posso pensarla diversamente, tu sapevi tutto di me… Eri tutto, sei dentro di me… e adesso? Oh, non ce la posso fare! Ti ho fatto una promessa, io le promesse le mantengo. Ho la consapevolezza di te, di te che non ci potrai più essere, e ho la consapevolezza di aver perso la mia vita per colpa della mia vanitosa paura. Mi è permesso odiarmi? Mi è permesso? Per colpa mia non ci sei più, ma pagherò la mia pena: vivere la mia vita senza di te, sentendo ogni giorno il peso della tua assenza, contando i minuti di ciò che non c’è e che poteva esserci, soffocando ogni mio pianto. Non posso piangere, non ne ho il diritto, me lo merito. Sarò forte, lo sarò per te e per quello che hai fatto. Il valore è una convenzione, lo posso attribuire e lo posso considerare per ciò che esso è: niente. Da ciò che vale lo tratterò e inizierò a mettermi in gioco. Tu mi hai insegnato che assecondando chi si è si può vincere la società malata che ci opprime, reprimendosi non si fa altro che sprofondare. L’omologazione è genetica, ma solo chi ha il coraggio di vivere il suo essere singolare può essere felice, nonostante le conseguenze. Non mi fa più paura il rifiuto, non voglio più curarmene, non voglio più perdermi niente, perdere te è stato il dolore più profondo e incolmabile, non esiste niente di peggio, quindi non ho più paura. -Non doveva essere così, non doveva essere la tua assenza a farmelo capire, no… eppure le tue lettere, la mia unica e patetica ne sono la prova. Purtroppo non so se parlare al passato o al presente, parlerei al passato perché tu non ci sei, ma parlerei al presente perché sei una presenza assidua, nonostante l’assenza fisica. Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace… Mi dispiace di non essere riuscita a darci una possibilità, mi dispiace di essere stata così immatura, mi dispiace di non essere riuscita a darti ciò che tu hai dato a me. La tua assenza non cambierà ciò che è sempre stato e sarà questa consapevolezza a non farmi sentire più sola, nemmeno tu lo sei, nemmeno tu lo sei stato mai. Io c’ero, ma non lo sapevi, non lo sapevo nemmeno io…
Tu adesso sei morto…E io che posso fare? Ho solo questa stupida lettera, stupida perché non la leggerai mai, stupida perché ho solo questa per dirti che ti amo. Anche io sono capace di amare e amo te, solo a te, per sempre te.

Magari quel giorno al bar, magari, se non fossi stata troppo codarda, sarei stata io a prendere l’ordinazione, magari tu avresti chiesto due caffè e magari io, timidamente, ti avrei chiesto se aspettavi qualcuno e magari tu mi avresti risposto che aspettavi che finissi il turno. Magari, mi sarei seduta accanto a te e sarei riuscita a chiederti di quella lettera che scrivevi e magari tu mi avresti risposto che era per il tuo unico amore che finalmente ti sedeva accanto.

Questo sarebbe stato il nostro finale, finale di una storia senza fine.

 

MC

Le ultime lettere di Emiliano Penna

Lei tremava, non sentiva freddo, non ne capiva la ragione, semplicemente tremava ed era così ogni volta. Si affollavano i pensieri, i ricordi di una serata come tante altre, i ricordi di un’adolescenza ormai finita, i ricordi di una persona che, ormai, lei non era più. Cristina si chiedeva come mai, tra tante feste dimenticate, era sempre quella che le tornava in mente; si chiedeva come mai, tra tanti volti, quello di lui la tormentava, più di quanto volesse ammettere. Non ricordava il suo nome, ma tutto il resto era scolpito nella sua memoria. Lo psicologo, con insistenza atona, aveva minimizzato, dicendole che era la proiezione dei suoi sogni e desideri irrealizzati. Cristina era insoddisfatta, sola. Aveva perso la lotta con la vita tanti anni prima; aveva sfidato il mondo con ingenuità e il mondo l’aveva schiacciata crudelmente. Per lei, ormai, non era importante fare qualcosa che le piacesse, aveva smesso d’ investire su se stessa, i risultati erano sempre deludenti, e senza più nessuno che credesse in lei non iniziò l’università, così, pur di tenersi impegnata iniziò gli inevitabili e infiniti colloqui di lavoro: tutti con lo stesso esito.
– Signorina lei non è adeguata per i nostri standard.
– Signorina, lei credeva, con le sue mediocri capacità e inesistenti qualifiche, di poter essere presa in considerazione?
– Signorina, guardi, con tutto il dovuto rispetto, se ne vada.
Frustrata e sconfortata riempiva costantemente pagine di vaneggi e dolore che convinsero i genitori preoccupati a portarla da uno psicologo, purtroppo, a causa dei problemi economici, il peggiore della sua categoria.
Cristina si buttava in relazioni sbagliate pur di aumentare la sua autostima, i ragazzi che frequentava erano i peggiori, drogati, ubriachi o violenti: non credeva di potersi meritare di meglio. I tentativi di suicidio adolescenziali si trasformarono in seri momenti di crisi. Cristina viveva perseguitata dalle ossessive ansie dei suoi genitori, turbati dalla situazione e delusi dalle loro aspettative mancate: la loro bambina, la loro bambina dotata, come si era potuta trasformare in quell’essere alienato?
Cristina amava i suoi genitori, nonostante tutto, e per donargli un po’ di apparente serenità iniziò a distruggersi dall’interno. Il dolore non era più visibile attraverso ferite o pianti, era nascosto da sorrisi falsi e vomiti notturni. Il suo nuovo motto era: sopprimere.
Grazie all’apparente e costruita serenità il padre era riuscito a convincere un suo amico a dare alla figlia un impiego come cameriera nella sua rosticceria, Cristina, però, non ne aveva idea e lo accettò come un suo piccolo traguardo contro la lotta alla noia della vita.
Non aveva più amici, le uniche persone che aveva accanto non riuscirono più a gestire il peso di tutto quel dolore e in punta di piedi uscirono dalla sua vita.
Il suo problema era stato sempre questo: non riuscire ad esternare ciò che sentiva. A diciotto anni fu invitata ad una festa, ma lei non riuscì ad andarci per vergogna di sé, del suo corpo, di se stessa. La sua cara amica, sapeva delle sue insicurezze e ed era pure riuscita a trovare un amico disposto a darle un passaggio. Ma Cristina non ci andò, non conobbe mai quel ragazzo che le avrebbe dato un passaggio e da quel giorno la sua amica smise di invitarla.
Non rimpiangeva niente, credeva che quello fosse l’unico modo per affrontare le cose, trincerata in se stessa, credeva di non aver più bisogno di nulla, tanto ormai era tutto finito. Si lasciava andare agli eventi, ma ogni tanto le piaceva concedersi una pausa dalla sua frustrazione e andare lì, in quel luogo che le donava serenità e brividi.
Ora, sulla panchina di quel parco, inizia a immaginare quel volto, se stessa e come poteva essere diversa la sua vita. Magari adesso si sarebbe già laureata, magari non avrebbe smesso di scrivere, magari in quel momento sarebbe seduta di fronte al suo pc a scrivere di quel preciso momento, momento che non sarebbe esistito, magari non si sarebbe ammalata, magari sarebbe riuscita a tenersi stretta gli amici, magari adesso, avrebbe avuto la possibilità di essere amata, ma soprattutto sarebbe riuscite ad amare.
Le lacrime le iniziano a scorrere lungo il viso, lacrime silenziose, lacrime che sul suo volto sono come acido. Quand’ecco che…
– Mi scusi, lei è Cristina? Cristina Donato?
Un uomo di mezza età con i capelli corti brizzolati la guarda con occhi vuoti e tristi.
Cristina è sconcertata, si chiede chi mai avrebbe voluto parlare con lei, per quale ragione: nessuno lo fa mai, se non per estrema necessità.
– Si, sono io.
Abbassa gli occhi, continua a tremare.
– Mi chiamo Salvatore… Le devo consegnare delle lettere, lettere che mio figlio ha scritto ogni giorno, da cinque anni, per lei.
Lettere? Per lei, impossibile.
– La prego, potrebbe spiegarmi?
La sua voce è flebile, insicura.
– Mi scusi, non è facile. Mio figlio… non credo nemmeno che lo conosca. Non volevo essere invadente, solo che… devo adempiere alla promessa che gli ho fatto…
Promessa? Cristina non capisce e sente il suo cuore riprendere a battere, lo sente addirittura scoppiare.
– Mi scusi, non riesco a spiegarle, nemmeno io so perché… Mio figlio mi chiese di consegnarle queste lettere e di informarmi con una nostra amica per il suo indirizzo, non so se si ricorda di Elena D’Oro? Dovrebbe conoscerla, se non sbaglio?
Elena, amica d’infanzia, l’aveva invitata alla sua festa di compleanno quando aveva diciotto anni, ma Cristina non ci andò e questo compromise i rapporti.
– Si, mi ricordo, ma lei come la conosce?
I dubbi, le domande e la paura di risultare invadente la rendono bloccata nei convenevoli.
– Era la migliore amica di mio figlio.
Cristina nota che l’uomo parla di suo figlio al passato. Pensa al peggio mentre i secondi vengono divorati dal tempo.
– Sono andata a casa sua e i suoi genitori gentilmente, capendo la situazione, mi hanno detto dove trovarla, dicendomi che lei viene qui tutti sabati… Sa, sono rimasto sorpreso: mio figlio veniva qui tutte le domeniche. Non mi ha mai detto perché, veramente, non parlavamo molto.
Le lacrime iniziano a invadere il volto di Salvatore, scolpito dalle rughe di anni di duro lavoro.
– Mi scusi se mi lascio andare così… Ecco a lei, le costudisca preziosamente, è tutto ciò che mi resta di Emiliano, della sua arte, della sua vita.
– Oh, non mi dica che…
– Si è tolto la vita ieri, si è intossicato con le bombolette mentre dipingeva rabbiosamente la stanza… Abbiamo trovato un biglietto impastato di vernice con questa particolare richiesta… Il rosso e il nero del colore colavano lungo le pareti… Non ce la faccio… Devo andare…
Cristina è paralizzata, tutto intorno a lei svanisce, come quell’uomo, in un profondo e indeterminato nero.
Lei aveva la consapevolezza di possedere un dono prezioso, tutta la vita di quel ragazzo tra le sue mani. Si sentiva inadeguata, non capiva il senso di tutto ciò, così con timidezza e dolore aprì la prima: la calligrafia è nervosa, l’inchiostro blu.
15/05/2008 2.40
Cara Cristina,
mi sono fatto dire il tuo nome da Elena quando te ne sei andata. Sono rimasto rapito dai tuoi occhi. Mi hai preso il cuore e me l’hai strappato violentemente dal petto. In un primo momento ti ho odiata, come ti permetti, sconosciuta, con quale diritto… ma poi, poi… mi sono reso conto che quello che provavo era amore. Tu mi hai messo di fronte a me stesso, alla mia vita vana, mi hai fatto capire che stavo inseguendo chimere prive di significato. Tu hai fatto spiccare il volo alla mia creatività, toccando vette inesplorate. I tuoi occhi, oh i tuoi occhi, così luminosi, ma anche tristi, era come se la tua luce fosse intrappolata. Non so ancora cosa, ma io lo scoprirò. Io, Emiliano Penna, voglio rivederti e voglio fare di tutto per conoscerti! Da oggi in poi questo sarà il nostro parco!

La data riportò Cristina indietro nel tempo, quella festa, in quello stesso parco, quel volto. Tutto fu chiaro: Emiliano era il ragazzo che aveva incontrato quella sera, quel ragazzo sognava tutte le notti. Le altre lettere sono un miscuglio tomentoso di voglia di andare avanti e depressioni inconsolabili. Lei lo poteva capire, lei lo capiva: aveva tanti desideri e grandi capacità, si sentiva schiacciato da queste e dalle aspettative di chi lo circondava. Uno di quei fogli la colpì tremendamente, fu una pugnalata alla schiena. I sensi di colpa iniziano a invaderla.
10/09/2009 18.30
Cara Cristina,
finalmente oggi ti rivedrò e ti riaccompagnerò a casa. È tutto deciso, Elena è così contenta. Non mi aveva mai visto così. Sono felice! Saprò dire le parole giuste? Forse non conterà molto quello che dirò… basterà guardarci come l’ultima e indimenticabile volta.
22.30
Non sei venuta, perché? Perché? Mi sento impossibilitato e costretto a un futuro che non mi appartiene. Perché fai così? Elena mi ha spiegato. Ma cazzo, cazzo, sei bellissima! Hai molto più dentro tu di chiunque essere vano su questa terra. Mi chiederai come faccio a saperlo, crederai che io sia pazzo, esagerato… No, sei tu quella che non capisce! Sarò presuntuoso, ma tu non vedi! Se ti lasciassi avvicinare, se me lo permettessi… potremo salvarci… insieme.
Da quel momento le lettere si facevano sempre più confuse, sempre più deliranti. Emiliano aveva tentato in tutti i modi di avvicinarsi, ma non era riuscito a incontrarla, nonostante lo desiderasse tanto. Si teneva continuamente informato, sapeva tutto di Cristina, innumerevoli erano le pagine in cui progettava modi per riuscire a vederla, tutto vano fino al pomeriggio precedente.
4/03/2014
Cara Cristina,
ho fallito. Sei davanti ai miei occhi, sei così pallida, così magra. Ho permesso tutto questo, non sono stato in grado di evitarlo. Ho assistito al tuo morire lento e degradato, ti ho visto appassire impotente.
Forse non era destino, fino ad oggi non ci credevo, pensavo che siamo noi a decidere le nostre sorti, ma vedendoti così credo che ci sia stato fatto un sadico scherzo.
Non vedo più vie di uscita, nei tuoi occhi è scomparsa quella luce, quella luce era la mia vita.
Cristina si ricordò di una persona con un trench nero e un cappello scuro entrare nella rosticceria di soppiatto, attento a non farsi vedere in volto. Si era seduto in un tavolino nell’angolo, lei non riusciva a togliergli gli occhi di dosso, era così affascinata, e vedendolo scrivere convulsamente le aveva ricordato i tempi in cui anche lei scriveva. L’istinto le suggeriva di avvicinarsi, di chiedergli qualcosa, ma la paura l’aveva frenata e si era nascosta dietro il bancone finché non lo vide uscire. Quella persona era Emiliano, l’agitazione le ribolliva dentro… Se solo non avesse avuto paura, forse le cose sarebbero state diverse. Non si può cambiare quello che è successo, Emiliano è morto: lei, morta dentro.
Non vedeva soluzioni, si sentì prendere dalla disperazione, tutto quello che aveva soppresso venne a galla e iniziò a distruggere tutto quello che la circondava.
Urla, piange, si sente portatrice di morte, della sua vita, di quella di Emiliano. Cosa può fare?
Lei lo sa, lo sa perfettamente.
Per se stessa, deve andare avanti.
Per Emiliano, avrebbe ricominciato a vivere.

MC

I lupi mannari non amano, uccidono

Sarebbe potuta finire in maniera diversa, sicuramente molto meglio di così. L’uomo è istintivo e noi di certo non siamo molto diversi, anzi oserei dire che siamo addirittura peggiori. Ciò che resta della nostra umanità viene soffocato: scempio dopo scempio ci allontaniamo da ciò che eravamo in origine. Non ne vado fiero, la violenza non riesce mai a saziare, mai a soddisfare completamente. La paura che incutiamo ci offre particolari vantaggi e macabri divertimenti, per questo non biasimo i loro vani tentativi di proteggersi progettando armi e creando antidoti, purtroppo per loro, del tutto inutili. Frenare l’ingordigia di alcuni di noi è impossibile. C’è chi ha tentato di conservare un minimo dell’umanità originaria e chi si è convinto di essere un animale dedito alla caccia spietata. Io eseguo solo gli ordini.
Questa notte è il mio turno di pattuglia, devo osservare con estrema attenzione i movimenti del paese che abbiamo deciso di attaccare. Infiltrarsi è facile, distinguerci dagli umani non è semplice: le differenze sono minime, basta solo non lasciarsi prendere dalla rabbia che frequentemente s’impossessa di noi. La mia fedeltà al capobranco m’impedisce di dirgli come la penso, lui mi ha reso quello che sono, mi ha salvato dall’atroce morte che mi attendeva. Si mostra fermo nell’idea di imporre la superiorità della nostra specie distruggendo ogni città sul nostro cammino, rendendo gli umani schiavi. Questa politica, anche se entusiasma i membri del branco, mi sembra ipocrita. Noi eravamo umani e per la maggior parte del tempo continuiamo a esserlo, quindi perché assoggettare coloro da cui proveniamo? Non si rende conto che la lotta è nata a causa nostra: se non avessimo iniziato a uccidere, dilaniare e divorare gli umani, magari adesso potremmo vivere insieme traendo il meglio dalle specie. Riflettendoci, la trasformazione non ha cambiato molto la mia vita, non avevo radici e continuo a non averne. L’unica certezza era lei, Dalia: per lei ho perso la mia vita, e adesso sarà lei a perderla a causa mia, come tutti quelli che si trovano nel centro abitato. Lei vive qui e mentre sorveglio la cerco nello sguardo in ogni persona che incrocio. Il sole è appena tramontato e ogni abitazione, ogni negozio, ogni edificio è chiuso, completamente serrato. Ormai si aspettano di essere i prossimi, abbiamo raso al suolo tutte le città limitrofe e loro, in questo piccolo paese, sanno di non avere via di scampo. Cammino e, senza neanche rendermene conto, ritrovo di fronte a me la metropolitana, quella che mi portava direttamente al suo negozio di fiori. I suoi preferiti sono le margherite, semplici come lei. Ogni particolare risveglia ricordi che inutilmente avevo tentato di soffocare e che non dovrebbero appartenere alla mia specie. Quest’umana caratteristica mi rende adatto al mio ruolo d’infiltrato. Probabilmente il branco mi sta mettendo alla prova, sanno cosa significa questo luogo per me e vogliono testare la mia fedeltà. Non avrei mai pensato di scegliere il branco, ma quando ci si ritrova catapultati in nuova vita, non dispiace avere accanto qualcuno che sia come te, qualcuno che viva la mutazione. Tutti i membri della specie sono intimi come gemelli, complici come fratelli. Le differenze non esistono: c’è solidarietà, tolleranza reciproca e rispetto, rari tra gli umani. Tra poche ore, questo luogo silenzioso diventerà teatro di morte e distruzione, ma l’idea non mi eccita, voglio solo assecondare quei sentimenti che mi aggrovigliano le viscere. Così mi guardo intorno, non c’è nessuno nei paraggi. L’acquisita agilità mi permette di raggiungere con facilità il piano superiore del negozio, dove lavora e vive Dalia. Mi nascondo nel balcone, in attesa di lei. Non so cosa aspettarmi, so solo che ne vale la pena. Non mi rendo conto di quanto tempo passi e nonostante sia ancora settembre, sento già brividi percorrermi la schiena. Le stelle mi tengono compagnia e il vento trascina con sé i sospiri dei miei fratelli che si preparano alla battaglia. Alcuni di loro sono affamati, altri, in vista della battaglia, si affamano per essere più aggressivi e violenti, altri ancora vogliono solo vendetta, rivendicando il loro posto. Provo quasi pena per ciò che attende questi poveri ignari: attaccati dall’esterno e traditi dall’interno. Improvvisamente sento il suo odore e mi volto di scatto, lei è nella stanza. È buio, ma la luce della luna le illumina il volto. Il mio cuore, ormai difficilmente perturbabile, sembra impazzire e mi guida impulsivamente all’interno della camera. Lei, immobile, mi guarda con i suoi occhi di ghiaccio, ghiaccio che si scioglie scorgendo il fuoco che è nei miei. Si avvicina lentamente: non ha paura, anche se dovrebbe. Si ferma ad un passo da me, tende la sua mano, mi accarezza il volto. Sono cambiato molto, eppure lei non sembra accorgersene. Io non riesco a dirle niente e lei non parla: prevedibile, credeva fossi morto in quel maledetto giorno. Maledetta adesso la sua mano che mette in dubbio ogni mia certezza. Il branco non è più la mia priorità, il legame con loro non sembra più così inscindibile e i miei doveri diventano prorogabili. La voglia di portarla via e scappare lontano da tutto, da questo paese, da questa guerra, è più forte di qualsiasi altra convenzione. Lei non dovrebbe vivere tutto questo. No, mai. Dovrei raggiungere i miei fratelli, però non è facile lasciarla e non voglio farlo. Pensavo di non avere scelta, pensavo che eseguire gli ordini fosse l’unica cosa da fare. Vacillo, la mia temperatura corporea aumenta a dismisura, ma il mio sguardo non si distacca da quello di Dalia, come potrebbe. Inizio a sentire rumori di scasso e urla, lei non può percepirli, non ha l’udito sviluppato come il nostro. L’attacco è già cominciato, tra poche ore qui non resterà anima viva. Non posso permettere che lei viva tutto questo. Potrei trasformarla, ma finirebbe con l’odiarmi: lei, anche se fosse una di noi, lotterebbe per impedire l’inutile versamento di sangue umano. Non trovo soluzioni, forse non ce ne sono. Perdo l’equilibrio e inizio a tremare. I muscoli si contraggono, le vesti si strappano, di me non restano che gli occhi. La trasformazione è inevitabile, è colpa della rabbia. Mi sentivo umano e adesso sono solo un groviglio di impulsi. Le idee confuse e l’incapacità di prendere una decisione non mi appartengono più. Non ho pietà: le squarcio il petto. I nostri ultimi incontri sono stati accompagnati dalla morte, prima la mia e ora la sua. Non riesco a trattenere un ululato pieno di rancore e rassegnazione per ciò che sono.
Non posso oppormi al mio destino: i lupi mannari non amano, uccidono.

 

 

MC