Tango di Felicità

Non riesco ad aprire gli occhi. Sono morto? No, però vorrei esserlo. Contro di me lo spirito di conservazione che spinge ogni mia cellula a continuare a lottare per la vita, vita per me priva di valore, senso e dignità. Vivere è diverso da sopravvivere, infatti, mentre le mie funzioni vitali svolgono correttamente il loro dovere, io ho smesso di curarmene. Un tempo avrei fatto di tutto per essere felice, era l’unica cosa che volevo davvero: il mio scopo. Senza rendermene conto era diventata pura ossessione, desiderio cieco e vano. Illuso, convinto di poterla raggiunge… Illuso, convinto di poter stare insieme a lei per sempre, senza conseguenze. La realtà ancora non mi era chiara: la Felicità è illusione, seducente tentatrice che con incostanza si da’ e con sfuggevolezza leggiadra ti abbandona, lasciandoti disperatamente smanioso e famelico. La Felicità ti illude quando con un sorriso smaliziato ti persuade che potrai averla, o minimamente raggiungerla, per poi abbandonarti con grande talento da ballerina, con due giravolte o meno. Così facendo ti la-scerà confuso e inebriato, brancolerai nel buio in cui sei rimasto. Credendo che sia nei paraggi la cercherai disperatamente, iniziando a giocare a un perverso nascondino. Lei si lascerà intravedere e quando penserai di averla presa avrà già trovato nuovo nascondiglio dove potrà prendersi gioco di te. La Felicità inganna e con arguzia scellerata e sguardo materno, ti farà sentire invincibile e onnipotente assuefacendoti. Così ne avvertirai la necessità fisica, quella sensazione di appagamento diventerà vitale e intossicato ti dirigerai senza meta verso l’oblio, provando e tentando, privo di etica e morale, qualsiasi azione pur di sentirti di nuovo in quel modo, incoraggiato dal fatto che solo lei potrà appagarti e rassicurarti. Queste sono menzogne: lei non è così! Io l’ho smascherata! IO! Come? Perché? Perché la conosco molto bene, sin da quando ne ho memoria lei è sempre stata accanto a me, IN AGGUATO.
All’età di tre anni, il giorno in cui li compii per esattezza, mia madre organizzo una festa. Atipicamente preparò una torta a forma di cuore ripiena di crema pasticcera e decorata con cannella fresca. Le candeline erano alte e slanciate e io avevo paura di quelle piccole fiammelle che le incoronavano. Mamma così mi abbracciò, mi strinse e mi disse che teneva a me e che potevo riuscirci da solo a spegnere quelle tre giganti candele. Io rimasi basito, lei non aveva mai compiuto un gesto così dolce. Mamma aveva un carattere freddo e distaccato e raramente avevamo un contatto fisico, a meno che non fosse strettamente necessario vista la mia tenera età. Piansi di gioia, cercai di stringerla più forte che potevo. Ero Felice e con tutto il fiato che avevo soffiai per dimostrarle che potevo fare tutto grazie al suo amore! Ci riuscii, al primo soffio! Ero orgoglioso di me e la guardai e mi accorsi che anche lei mi guardava con affetto. Gli amici e i parenti mi urlavano di esprimere un desiderio e io sapevo già cosa volevo sopra ogni cosa. Strinsi gli occhi e desiderai di potermi sempre sentire così vivo e forte: Felice! Per la prima volta presi consapevolezza di quella sensazione che mi donava una scarica di adrenalina talmente forte da farmi sentire calorosamente intorpidito. In quel momento avrei giurato che la Felicità in persona mi fosse accanto. L’indomani però, mi accorsi immediatamente che l’atmosfera era cambiata, stranamente nessun rumore proveniva dalla cucina, mentre solitamente mia madre, mattiniera, preparava un’abbondante colazione e mi veniva a svegliare. Così scesi dal mio lettino, e raggiunsi la camera da letto dei miei genitori e vidi solo mio padre disteso sul letto. Lo svegliai e gli chiesi dov’era la mamma e lui mi rispose che non avevo mai avuto una madre. Io impietrito vidi crollare il mio mondo. Cercai per tutto l’appartamento le sue foto, ma non trovai niente, né i suoi vestiti, né il suo profumo, nemmeno le sue calamite sul frigorifero. Mia madre era sparita, come se non fosse mai esistita e mio padre non mi spiegò mai nulla. Nonostante questo non mi mancò mai niente, e anche se la mia vivacità di bambino fu sostituita da un’introversione e chiusura verso gli altri, non mi ero scoraggiato, anzi facevo di tutto per provare sensazioni piacevoli. I successi scolastici mi davano soddisfazione e io studiavo sempre di più per ottenere sempre più gratificazioni. Fiero della mia intelligenza mi buttavo a capofitto in sfide sempre più difficili, ma questo durò poco. Quando iniziai il liceo non mi bastavano più i successi accademici e iniziai a cimentarmi in vari sport: Nuoto, basket, calcio. Infine mi identificai nella nobiltà della scherma. Adoravo la sensazione di incertezza che scaturiva da ogni incontro, non era importante solo la tecnica ma soprattutto la furbizia. Così fui temprato nella mente e nel corpo, ma nemmeno le continue vittorie riuscirono a darmi un appagamento permanente. Già a diciassette anni mi ritrovai chiuso nel circolo vizioso della noia e della pigrizia. I miei voti crollarono e conobbi la Delusione, sentimento più persistente della Felicità. Stavo marcendo dentro, ero solo, apatico e non provavo né emozioni, né sentimenti, pensavo solo a come poter essere felice, senza riuscire a trovare un modo valido. L’impossibilità di poter aver totale controllo della mia vita mi causava rassegnazione e disperazione. La rabbia mi rese aggressivo, inavvicinabile e la mia visione del mondo era circondata dalle tenebre. Tutto cambiò quando il primo giorno dell’ultimo anno di liceo nella mia classe notai un’ estranea. Non so perché però ne fui attratto immediatamente e tutto il buio fu conquistato da una luce accecante. Ripresi a vedere a colori. Mi sedetti accanto a lei e le chiesi il suo nome: Cristina. Il suono della sua voce creò una rivoluzione dentro di me e ritornai il bambino di tre anni socievole, allegro e raggiante. I miei compagni di classe non mi avevano mai visto così e inaspettatamente colpiti mi diedero confidenza. Grazie a Cristina iniziai a integrarmi e scoprii il piacere della condivisione. Ammetto che era un po’ tardi, ma ciò rese l’ultimo anno di liceo indimenticabile. Uscivo, andavo alle feste, avevo ripreso a studiare e di nuovo riuscivo in ogni cosa. Il mio essere scorbutico, schivo e presuntuoso era stato soppiantato da solarità, disponibilità e serenità, qualità che credevo non mi appartenessero e che invece esplosero naturalmente. Cristina mi dava coraggio, mi fece sentire di nuovo invincibile e quando ci baciammo per la prima volta mi sentii in grado di fare ogni cosa, senza limiti, ero diventato un super eroe! Ero felice, di nuovo: più la Felicità mi teneva per mano! L’amore rese ogni colore di una sfumatura pastello e ciò che mi circondava iniziò a profumare di vaniglia. Credevo che finalmente il mio desiderio si fosse avverato, sarei stato felice per sem-pre! Invece no, era troppo bello per essere vero e la Felicità non si da’ senza toglierti ancora di più. Cristina si trasferì in una nuova città, me lo disse il giorno prima della partenza, lo sapevano tutti. Tutti, tranne me. Perché non poteva rimanere a fare l’università qui, con me? Perché non è rimasta? Io la supplicai di farlo! Avremmo potuto trovare una soluzione, avremmo potuto farlo insieme, mentre lei ha scelto di andarsene lo stesso. L’unica cosa che fece fu regalarmi un cane di nome Charlie. Stupida, superficiale, ragazza! Ma come ha potuto credere che un cane potesse sopperire alla mancanza di un amore? Amore che mi ha negato, ridendomi in faccia, negando anche il misero tentativo di una relazione a distanza. Io l’avrei fatto per lei, avrei fatto di tutto. Ha respinto ogni possibile soluzione. Evidentemente non voleva trovarne. Nemmeno dirle quanto l’amavo cambiò la sua espressione di pietra. Rimasi da solo, com’ero sempre stato. La differenza adesso è che avevo un cane in mezzo ai piedi che mi ricordava continuamente Lei. A volte pensai che mi avesse regalato Charlie con l’intento di privarmi della possibilità di dimenticarla, come uno scherzo goliardico, di pessimo gusto, malizioso, architettato e perfido. Con Cristina stringevo la Felicità tra le mie braccia e senza nemmeno accorgermene mi ritrovai avvinghiato al suo fantasma. Preso da orgoglio non mi buttai giù come le volte precedenti, mi convinsi che potevo avere di più, molto di più, e ingordo e vorace mi preparai ad affrontare la mia nuova vita. L’università mi aprì un mondo di possibilità e riuscii ad ottenere tutto ciò che volevo, o per lo meno che credevo di volere. Con la convinzione di potercela fare assecondai ogni mio vizioso capriccio. Mi laureai con il massimo dei voti e i miei colleghi mi presero ad esempio. Ero diventato uno stacanovista insaziabile e un gran adulatore. Tutte le porte mi erano aperte e più andavo avanti, più ottenevo, più in alto riuscivo ad arrivare più mi svuotavo. Avrei fatto di tutto pur di non riuscire a pensare, pur di non dover fare i conti con me stesso. Era una sfida tra me e lei, quella gran Puttana della felicità. Dovevo riuscire a prenderla, afferrarla e infine impossessarmene, senza la-sciarle via di scampo. Ma non era abbastanza!Quel brivido non era ancora la sensazione che volevo provare. Trovai un ottimo lavoro che mi permise di assecondare ogni mia velleità, ma la Felicità mi abbandonava sempre, mi abbandonava come mia madre, come Cristina e come Charlie. Charlie oggi è morto, mi ha lasciato da solo anche lui. Io però lo so, è stata lei a portarmelo via, lei mi ha portato via tutti, tutto. Non riesco a smettere di ridere di fronte a quest’orrore e tutto a causa sua. Sono sopraffatto, stanco. Ormai solo il mio respiro mi permette di scandire il tempo. Non voglio più alzarmi da questo gelido pavimento, non voglio. Ho capito qual è il problema, il mio problema di sempre, ma è troppo tardi.
Se desideri qualcosa non devi inseguirla, né tentare di agguantarla con ferocia. Eh no, la Felicità poi non è un oggetto, lei è una donna e come si sa alle donne non piace sentirsi considerate un oggetto, figuriamoci possedute o prese contro la loro volontà. Lei deve fiorire dentro noi stessi, da un nostro amare noi stessi, da un nostro vivere con consapevolezza noi stessi e non può dipendere da qualcosa al di fuori di noi, non si può pretendere che gli altri ci assicurino Felicità, o che gli oggetti riempiano il vuoto se siamo i primi a essere acerbi e vuoti.
Gli unici momenti in cui sono stato felice sono stati i momenti in cui ho voluto donarmi.
Ho perso ogni cosa quando l’egoismo misto a cupidigia mi ha accecato.
Vorrei solo dormire ora…
La sento, la sento di nuovo, è qui…

MC

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Socrate abbraccia-tutti!

«Mi chiamo Socrate, sono un orsetto rosa e ho un problema: sono un’ abbracciatore compulsivo».
«Ciao Socrate».
L’atonicità del saluto dei miei perversi spettatori rende ancora più malinconica la situazione: non voglio smettere di abbracciare, eppure sono qui, senza capire quale sia il problema.
Abbraccio, allora? Il mio migliore amico Eraclito adora questo lato di me, è un orologio, ed è veramente molto contento di potermi stringere. Gli estranei che abbraccio senza preavviso non la pensano come lui, però, secondo me, sono loro che non capiscono e non vogliono nemmeno provare a farlo.
Lo psichiatra, il gufo Aristot, mi guarda con pietà, come per sottolineare la mia misera condizione. Sono giudicato insano da mille e più insanità.
« Dicevo, ehm, sono Socrate, e… non avevo mai avuto nessun contatto fisico: mio padre non mi aveva mai nemmeno dato una pacca sulla schiena e mi ringhiava che siamo orsi, che sbraniamo, fedeli alla nostra indole solitaria, non ci abbassiamo a certe smancerie.»
Cerco di non farci caso, gli sguardi discriminatori rendono ancora più malsana l’atmosfera.
Non sono per niente a mio agio.
«Ma, in una giornata di sole accecante, da rendere l’atmosfera una fitta nebbia aurea, una scimmia nera mi afferrò di colpo: non capivo cosa stava facendo, ma poi, mi spiegò che era cieca, aveva perso l’equilibrio e per evitare di cadere si era avvinghiata a me, casuale elemento stabile.
Io non la respinsi e mi strinse finché non riprese stabilità; me ne fu grata e lo dimostrò con uno strano gesto avvolgente, un abbraccio, ringraziandomi di non averla fatta cadere e non averla allontanata in malo modo, come le era già successo in passato. Non le capitava spesso di trovare sostegno nella sua ingrata situazione. Se ne andò sorridendomi: camminava con ostinazione reggendosi a malapena ad un precario bastone di legno. Fu allora che una strana sensazione di calore mi pervase. Tornato a casa pregai mio padre di abbracciarmi e lui mi picchiò fino a farmi cadere esausto. Mi ricordò, ancora una volta, che siamo orsi e gli orsi sono freddi, distaccati, devono spaventare la gente, non chiedere abbracci. Con un grugno mi consigliò di aggredirlo se proprio desideravo contatto fisico.»
Una risata fa eco nella stanza silenziosa e asettica. Con un colpo di tosse cerco di riprendermi e continuo.
«Quello fu il giorno in cui me ne andai di casa. Perché essere un orso voleva dire essere proprio in quel modo? Perché non potevo avere affetto? Iniziai a viaggiare e osservavo, osservavo gli altri animali, la maggior parte aveva occhi vacui e infelici. Pensai, perché non posso fare come quella anziana scimmia nera? Così, con i pretesti più banali, abbracciavo chiunque ritenevo avesse bisogno di me. Le reazioni furono molteplici; c’era chi provava conforto, chi sdegno.
Ricordo di una donna, una volta, che sentendosi violata, mi lanciò in testa un orologio da polso, il quale, preoccupato, mi chiese se mi fossi fatto male: quello fu l’inizio della mia amicizia con Eraclito.»
« Cosa provi abbracciando inappropriatamente e spudoratamente i poveri animali ignari?»
Aristot sembra divertirsi a sottolineare la mia singolarità: si diverte a mettermi a disagio, si diverte.
«Io, io… Mi sentivo partecipe del mondo, felice di condividere qualcosa, felice di poter cambiare le vite di chi incontravo. Un abbraccio può dare tanto e permette a chi compie questo gesto di ricevere…»
«Ricevere cosa? »
Sono imbarazzato, frustrato, perché questa domanda? Odio Aristot, lo odio! Odio lui, che mi ha strappato alla mia vita felice, stentata, ma felice. Odio Aristot, che vuole a tutti costi cambiare il mio essere per farmi diventare come gli altri suoi pazienti burattini! È la sua missione, guarendomi, si sentirà una persona migliore e con un sorriso soddisfatto riuscirà a dormire la notte. Non pensa però a cosa sia meglio per me, ma solo a cosa è meglio per lui e per la sua carriera. Quello che spaccia per altruismo è il più squallido degli opportunismi. Così dico stentato:
«Calore, non so spiegarlo meglio.»
Abbasso gli occhi.
«Se vuoi del calore beviti una bella bottiglia di vodka, almeno non fai del male a nessuno. MOSTRO!»
La voce arriva da uno dei serpenti alcolizzati.
«Ben detto Cart!»
Aristot inizia a ridere di gusto. Ride di me, della mia situazione per lui inconcepibile.
Peccato che non si rende conto che forse l’unico qui che non è un pericolo sono io, io che spaccio una speranza ormai perduta, mentre gli altri distruggono loro stessi.
«Dai piccolo Orsetto, ormai non sei più un cucciolo, è ora di smettere di perseguitare la gente… Perché non fai come gli altri tuoi compagni, bevici su, o rimedia con la polverina magica.»
Saggi i consigli di Aristot, meglio bere, meglio sniffare chissà quale farmaco. Il suo sguardo sembra comprensivo, ma in realtà è carico di disprezzo.
Idea!
Mi ci avvinghio con forza, lo abbraccio!
«Sicurezza, portatelo via! Nemmeno il manicomio riuscirebbe a far rinsavire questo pazzo maniaco!»
Non oppongo resistenza a quelle mani ostili che mi trascinano via, chissà in quale posto mi porteranno.
L’ultima cosa che riesco a vedere prima di essere sedato è una lacrima che riga il volto di Aristot.
L’ultima cosa che riesco a sentire prima di essere sedato è Eraclito:
«Riuscirai a cambiare le cose».
MC

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