Dipingere con le parole

            Esercizio basato sul racconto "Sogni" di Raymond Carver.

Riscrittura Impressionista

Lui ha una moglie che sogna, che scrive ciò che sogna e che ne parla senza problemi.
Lui però non sogna, ascolta la moglie ricordare senza volerne sapere di più, senza nemmeno interpretare, come fa lei.
Tra una tazza di caffè e una vicina troppo vicina pensa e ripensa: lui è ricco perché è circondato dalla vita, ma lui la vita la vive?

 

Riscrittura Espressionista

Il buio, il rumore di pagine deformate che si rincorrono.
Un uomo androgino ringhia, non ringhia è la macchina che non parte: nel serbatoio c’è alcol.
Mi devo ancora sposare e mia moglie già abbaia, ma non è lei, è il suo cane.
Io non ho un libro del genere, possiedo solo una tazza nera ripiena di nulla.
Nel caffè ascolto la mia vicina, la ricchezza delle risate, il sudore.
Sono al centro, tutto gira intorno a me.
Quello che mi circonda luccica e mi appartiene.
Se tutto questo non mi riguarda, quanto posso considerarmi realmente fortunato?

20:45

20.20
Il ticchettio dell’orologio mi angoscia, minuto dopo minuto, lo scorrere del tempo porterà all’inevitabile: mio marito tornerà a casa. Dovrei accettarlo: tutti i giorni, alla stessa ora, da 13 anni, lui ritorna alle 8.45 in punto. Sul volto il sorriso di chi felice ritorna a casa, luogo sicuro e accogliente, e la parlantina di chi desidera condividere a tutti i costi.

20.25
Penso, ripenso, potrò o no fare qualcosa? Stare ad aspettare non è da me. Curiosa e dinamica, ero imprevedibile, adesso annoio addirittura me stessa.
Ogni giorno mi sveglio alle 6.00, preparo la colazione per mio marito, lo sveglio con un bacio sulla fronte e vado a lavoro. La mia azienda, prima fonte di soddisfazione e passione, mi ha relegato a un anonimo lavoro d’ufficio. Sono il capo e, dopo aver faticato, è arrivato il momento di cedere il posto ai giovani e godermi i frutti che ho coltivato in passato, mentre qualcuno li coglie per me e io li spolpo senza più merito.
Dicevano che mi sarei goduta il meritato riposo e avrei avuto finalmente tempo per me.
Invece?

20.30
Mi sono fatta la doccia, spalmata la crema idratante, messo il pigiama di cotone egiziano e ho cotto a puntino la cena.
Mi chiedono come riesco a fare tutto, perché allora mi sento come se non facessi niente?
Dovrei essere appagata, non mi manca nulla.
Sento aumentare la temperatura del corpo, il sangue ribolle e le viscere si intrecciano in nodi indistricabili.

20.35
Mio marito si dedica ai servizi sociali, quasi non viene pagato e sono più i problemi che le soddisfazioni, eppure non si lamenta mai. Ogni mese mi confessa timidamente che non sa fino a quando gli rinnoveranno il contratto, ma non è triste. Perchè, perchè… Perchè?
“Amore, io lotterò e riuscirò anche questa volta”.
Io per cosa lotto? Lotto ancora? Avrei la forza per farlo?

20.40
Bevo un bicchiere di vino, per la foga si macchia la tovaglia bianca. Guardo quella piccola chiazza rotonda e porpora: è perfetta.
Chiudo gli occhi, l’adrenalina scioglie i nodi che immobilizzavano il mio corpo. Apro i cassetti, tiro fuori ogni cosa, veloce, non c’è molto tempo.

20.45
Non c’è più tempo.
– Amore, sono a casa! Indovina?! Oggi sono riuscito a portar via da un terribile istituto un ragazzo. Spero di aver trovato la famiglia giusta per lui, che possa stimolarlo magari. Non hai idea quanto sia dotato, sai, mi ricorda te: determinato e testardo! Amore?
– Devi sempre parlare?
– Anna, che succede… Hai il volto livido.
– Solo livido? Tu non ti accorgi mai di niente!
– Cosa stai dicendo? Tesoro, vieni qui. Hai le convulsioni, fatti abbracciare.
– Lasciami in pace! Vai via! Non puoi entrare in questa stanza!
– Perchè? Che hai fatto?
– No! Ho detto di andare via, non entrare!
– Così mi fai male, tesoro non buttarmi fuori. Cosa sta succedendo?
– Non ce la faccio più!
– Vieni qui, oh amore, non piangere, stringimi!
– No.
– Va bene, allora andrò via, se è quello che vuoi.
– Tu fai sempre quello che voglio, quello che è giusto per me. A te non ci pensi?
– Amore, ma ci sei tu, giorno dopo giorno, da vent’anni.
– Io sono annoiata, sono stufa di questa vita monotona!
– Cerco di fare il possibile per renderti felice.
– Devo tenermi occupata, scusa.
– Non capisco, che vuoi dirmi?

Il muro bianco della cucina, spogliato dai suoi quadri, si rivela in tutto il suo potenziale: una scritta viola acrilico splendente.
“Appassisco”.

– E io non voglio. Più.

Rosso di turbamento

Odio pulire casa, è noioso e il ritornello sempre uguale: spolvera, spazza, smacchia.
L’odore dei prodotti mi stordisce provocandomi una brutta tosse che, unito a una fastidiosa allergia alla polvere, infierisce facendomi starnutire: l’insieme fonico risulta grottesco, anche se ritmato. Gli amici, prevedibilmente, mi prendono in giro chiamandomi “Donna di casa”, appellativo sessista e anche banale: avevo suggerito loro “Swifferman” o “Aspirapolvere umana”, senza avere successo.
Il salotto è un disastro, nel momento in cui credo di aver terminato il trasloco spunta un nuovo pacco intenzionato ad inquietarmi; secondo me, gli scatoloni, indispettiti dal viaggio, si nascondono volontariamente per tormentarmi con le loro apparizioni improvvise.
Di fronte a me un malvagio sopravvissuto mi guarda minaccioso, come per dire: «Svuotami se hai il coraggio!».
Deglutisco, mi faccio forza e lo apro: dei banalissimi piatti mi salutano contenti perché finalmente potrò pulirli in modo da ripristinare il candore originale. Non condivido il loro entusiasmo, occuparmene comporta un’altra messa in scena di “tosse e starnuti show”, a discapito della gola e del naso.
Ritorno in salotto e noto delle sigarette sul tavolino. Mi avvicino sospettoso: Black Devil alla vaniglia. Non è possibile, sono quelle che fumava Lara!
Prendo dei respiri profondi, ho l’indole nevrotica, meglio non farsi prendere dal panico.
Chiamo Ettore, il mio gatto, il mio antistress, per avere il suo conforto: si avvicina lentamente e con estrema fatica a causa del suo pancione.
– Vieni qui pigrone! Dov’eri? Di nuovo in camera mia? Lo sai che lì non puoi entrare!
Le fusa di risposta mi fanno intuire che è proprio questo che l’attrae, ma del mio rimprovero non gli importa niente.
Osservarlo mi ricorda il giorno in cui me lo regalarono:
– Adesso dovrai diventare più responsabile, magari riuscirai a smettere di pensare solo a te stesso!
Il monito delle mia fidanzata è manifesto, oh, ex fidanzata. Non riesco ancora ad abituarmi alla sua assenza, sento la sua mancanza. Per lei ho deciso di andare a vivere da solo, volendo dimostrare che sarei riuscito a crescere: purtroppo presi la decisione troppo tardi.
Mi guardo intorno, Ettore sembra sparito, ma lo ritrovo in cucina a sgranocchiare croccantini, che io non gli avevo ancora dato!
Nessun rumore sospetto, nessuna ombra inquietante.
Ritorno in salotto e le sigarette sono sparite.
Autocontrollo, serve solo autocontrollo: le sigarette le avrò immaginate probabilmente, e i croccantii ho dimenticato di averli già dati a Ettore. Con tutte le cose che sto facendo oggi non ci avrò nemmeno fatto attenzione.
Non voglio indugiare oltre: dove ero rimasto? Il salotto!
Mi riapproprio della scopa e la uso come se fosse un microfono, potrei essere un cantante eccezionale se non fossi così stonato.
Avrei dovuto dire imbranato, visto che sono inciampato nella paletta al primo tentativo di raccogliere i residui di polvere!
Sdraiato sul pavimento, vedo volteggiare un foglio che si poggia delicatamente sulla mia fronte.
Lo leggo:
– Matteo, sei stato scelto.
Scelto?
– Ti controllavamo da tempo.
Mi controllavano?
– Smettila di ripetere.
Smettila di ripetere?
Cosa succede? Chi ha scritto quel biglietto? Ho capito, sono morto e finito all’inferno, nel girone degli ossessionati dalle pulizie!
Osservandolo meglio noto che la calligrafia non mi è nuova, c’è solo una persona che scrive i puntini delle “i” con dei cerchietti paffuti. Mi indispettiva parecchio il suo sarcasmo, spargeva per casa biglietti come questo, sfruttando le mie paranoie con la sola intenzione di turbarmi.
Mi sembra ancora di vederla mentre mi viene incontro con il suo vestito rosso, riesco a percepire anche il suo profumo.
La chiamo, sì, la chiamo!
Il telefono squilla, ho le palpitazioni. Risponde, mi viene un infarto.
– Sono Matteo…
– Che vuoi?
– Lara, vieni…
– Stai facendo le pulizie?
– Sì.
– Perché mi chiami sempre in questi momenti?
– Il tuo profumo di pulito…
– Mi stai dicendo che profumo di detersivo? Se non sbaglio questo genere di prodotti ti causano anche la tosse… è il tuo modo delicato per dirmi che sono irritante?
– No, non è questo, lo sai.
Tento disperatamente di evitare il peggio, ma ogni tentativo di parlare con lei termina in un umiliante sconfitta. Perché mi ostino?
– Senti non ho tempo da perdere.
– Hai indosso il tuo vestito rosso?
– La tua nuova perversione?
– No, mi piace ricordarti così.
– Non fare il sentimentale, con me non funziona.
– Ti piaceva molto questo lato di me, lo sai che sono sincero e…
– Il problema è proprio questo! Tieniti stretto Ettore e pensami, magari questo ti rovinerà la giornata, mentre la mia migliorerà notevolmente.
– Grazie, gentile come sempre. Sono pazzo di te.
– Io non voglio avere niente a che fare con i pazzi: fatti curare.
– Ciao.
È andata meglio del solito, sto facendo progressi, la riconquisterò!
Continuo a dedicarmi al salotto, ma non riesco a concentrarmi, ho per la testa l’immagine di Lara con le labbra rosse come il suo vestito, contrastate solo dal candore della sua pelle. Lei è come una delle belle donne di Sin City, mi ricorda tanto Goldie.
Mentre finisco le pulizie mi sento un prestigiatore che ha trasformato la casa da un nero cumulo di polvere a un attico bianco splendente, altro che “Ava come Lava” o “Mastrolindo”.
Un ultimo starnuto mi fa le congratulazioni per l’ottimo lavoro.
– Grazie. Adesso mi godo il meritato riposo, per una settimana starò tranquillo e poi… si ricomincia!
Bussano alla porta, guardo attraverso lo spioncino.
Delle carnose labbra rosse mi turbano: è Lara con il suo vestito rosso!

Lady Gaga è Morta

Caro Alessio, senza di te questo racconto avrebbe perso in realismo.

La tua passione verso la sua musica mi è stata d’ispirazione!

                                                                                                                         Grazie

Raccolta fotografica di Alessio

Cari piccoli mostri,

nessuno ci insegna a vivere, figuriamoci a gestire una vita da star.

Chiunque vorrebbe essere al mio posto, ma nonostante questo vorrei solo sparire e nascondermi. Non è giusto, sono un’ingrata; la vanità non mi permette nemmeno di provare sensi di colpa.

Sono arrivati gli applausi con le critiche, gli insulti insieme allo stupore: più venivo messa in cattiva luce, più la mia popolarità aumentava. In fin dei conti si tratta sempre di riflettori e lo scandalo mette in mostra più del volontariato, così li ho fusi creando Lady Gaga.

Resta di me l’apparenza di una donna che non mi appartiene, non la marionetta della casa discografica, ma la vostra bambola, miei piccoli mostri.

L’ascesa di un artista dipende dal suo talento nel fingere e così sono diventata un’attrice; l’effetto collaterale è stato trincerarmi nel mio personaggio pur di non farmi percepire come sono davvero, non ne ho il coraggio. È molto più rassicurante pensare che invadete la vita di Lady Gaga, eccentrica e feroce diva della musica pop, non la realtà di Stefani.

Ho indagato me stessa attraverso l’estremo, i costumi non erano mai abbastanza, come le mie performance che dovevano essere sempre più audaci e provocatorie. Dovevo farmi notare in un panorama in cui il singolo è invisibile così, i miei video violenti, diventarono un grido disperato, le urla di Stefani che, logorata, tentava di resuscitare.

Credete di conoscermi?

No, non potete, è un gioco di ruolo: ditemi chi devo essere e lo sarò! Ogni mio gesto è stato calcolato: strategia di marketing. Ho fatto la differenza, ma cosa ne resta se ogni azione è stata giostrata e manipolata per accattivarvi?

Non mi sono ispirata né ai Queen né a David Bowie, ho saputo sfruttare ciò che ha reso celebri i grandi artisti della musica senza imitarne l’arte, ma prediligendo la spettacolarità.

Non sono nemmeno la donna forte, estroversa e disinibita che ostento: ho dovuto lavorare sul mio corpo per poter apparire come voi mi volevate. Vi risparmio il cliché della povera ragazza che lotta contro tutto e tutti, anche contro se stessa, per ottenere il successo che sogna; ho sempre saputo cosa volevo e cosa fare per ottenerlo, sicura e determinata ho fatto il necessario e non me ne pento.

Mi costringete al cambiamento costante ed io, con abilità, riesco a renderlo un evento unico e mai visto prima. La definite novità?

Adesso però sono stanca di questa finzione, vorrei solo stare tranquilla, sedermi su una poltrona, aspettare che il barboncino Fozzi si accoccoli accanto a me e godermi quello che ho guadagnato sacrificando la mia personalità. Forse non è ancora troppo tardi per riuscire a ritrovare Stefani.

Com’è possibile che la ricerca del vero talento sia sfociata nell’ossessione per l’immagine?

Sia lo Show Business che lo Star System dipendono da voi, le celebrità sono il prodotto e voi il compratore.

È un gioco di specchi: voi imitate ciò che avete preteso, ciò che avete imposto, ma così facendo desiderate diventare prodotto a vostra volta, anche se è palese che ciò che si vende è solo fumo.

Non notate la contraddizione?

I veri talenti ci sono, ed è arrivato il momento che mi metta da parte, in fin dei conti il mio talento maggiore è il carisma camaleontico, non la voce.

Vi ho chiamato “piccoli mostri” perché non siete semplici fan, mentre voi mi avete considerato la vostra mamma; non posso fare a meno di sorridere se penso che siete stati voi a generarmi.

Il nostro legame è intimo e l’unico modo per liberarmi dal cordone ombelicale è reciderlo!

Non sono così dura come cerco di dimostrare ostinatamente, probabilmente è un altro dei miei tentativi di proteggermi.

Tutto quello che ho fatto non è mai esistito, ho solo dato voce al coraggio che non avete avuto, ma che in realtà possedete.

Addio piccoli mostri, dimenticatevi di Lady Gaga, amatemi per quella che sono davvero e che non conoscerete, oppure odiatemi con sincerità, non con invidia, né con ipocrisia.

La mai vostra

Stefani

MC

Si dondolava

fonte: Google Immagini, Escibidora06 non è proprietario della foto
Fonte: Google Immagini

Si dondolava, le piaceva farlo, soprattutto nelle giornate in cui il vento l’accompagnava nei movimenti e portava con sé il profumo dei tulipani bianchi. In quei momenti il sole le illuminava gli occhi azzurri, tenaci, che non si facevano intimorire dalla forza dei raggi del sole. Spregiudicata e fiera non le importava se il vestito le scopriva le gambe sottili, imbrunite appena da un’abbronzatura in formazione.
Si dondolava, le piaceva farlo, diventava lei stessa quell’altalena. La frenesia di andare sempre più in alto la faceva cadere, ma si rialzava subito, incurante delle macchie di erba sul suo abito e riprovava ancora. Non mi ha mai permesso di spingerla, sarebbe stato troppo facile, così, allungava le gambe per darsi spinta e le guance si colorivano di felicità ed entusiasmo.
Si dondolava, le piaceva farlo, nemmeno i suoi capelli ramati, sempre in disordine, riuscivano a stare al ritmo dei suoi movimenti. Questa sua vitalità aveva rapito molti cuori, ma, troppo presa dalla bellezza delle piccole cose, non se n’era mai accorta. La conosco da sempre, io stesso le ho costruito l’altalena e lei, per ringraziarmi, mi ha preparato del pane all’uvetta, avevamo undici anni.
A volte, sorseggiando un tè verde, mi diceva che avrebbe aperto una pasticceria, non una comune, ma una in cui i dolci si preparano insieme ai clienti: lei avrebbe messo le competenze, i clienti l’inventiva e i desideri. Ciò che la spingeva era l’idea che non ci fossero sapori che non potessero stare insieme, magari ci voleva solo un po’ di zucchero in più, magari ci voleva soltanto un uovo in meno. Sperava che nella sua pasticceria sarebbero venuti scrittori, musicisti, pittori per lasciarsi ispirare dai buoni profumi e immaginava che ogni tavolino avrebbe avuto un fiore appena colto e le pareti sarebbero state di colore pastello.
A volte, sdraiata sul prato, componeva melodie con un pianoforte immaginario, muoveva con grazia le dita nel vuoto e si commuoveva. Camminava scalza sull’erba rugiadosa chiudendo gli occhi per assaporarne i brividi che le procurava. Le emozioni nutrivano i suoi sogni e la sua personalità donava loro colore.
A volte urlava senza apparente ragione, era il suo modo di mandare via le frustrazioni e la negatività, non voleva esserne contaminata perché la vita è fatta di alti e bassi e non c’è ragione per lasciarsi condizionare.
Non piangeva, non si lasciava andare ai sentimentalismi, amava, senza eccessi e senza pretese. Non era perfetta, si mangiava le unghie e si grattava spesso la testa, parlava senza riflettere ed era testarda; quando era nervosa o pensierosa aggrottava le sopracciglia e borbottava finché un suo pugno non avrebbe stabilito che aveva ragione lei.
Le sue lentiggini sono l’enigma che ho sempre desiderato svelare, ma in lei non c’è risposta, non c’è soluzione, solo domande senza fine, pensieri che vagano e ritornano, si evolvono, si scompongono, si legano, non possono stare fermi.
La osservo, è sull’altalena e sorride, felice di poter avere l’illusione di volare, felice di essere viva, felice di poter osservare le prospettive che cambiano repentinamente a seconda del movimento, felice di avere me nella sua vita, felice di poter condividere ciò che le passa per la testa con chi la conosce meglio al mondo, con chi la ama senza riserve, con chi le chiederà di sposarla oggi, qui, mentre è sull’altalena.

MC

Questa sì che è vita

Impegnarsi, bisogna impegnarsi, lavorare sodo e impegnarsi. L’ho già detto? Si, scusate.
Bisogna impegnarsi, oh no, di nuovo. L’importante è aver capito il concetto.
Io scrivo, tu scrivi, egli scrive, noi scriviamo, voi scrivete, essi scrivono.
Questo è un mondo di parole e se non sappiamo come utilizzarle siamo fregati.
Bisogna concentrarsi, provare e riprovare, finché il risultato non sarà quello desiderato.
Vuoi dimagrire?
Devi sudare.
Vuoi laurearti?
Devi sudare.
Vuoi trovare lavoro?
Devi sudare.
Vuoi portare avanti la tua carriera?
Devi sudare.
Semplice rimandare la colpa agli altri, semplicissimo dire che il sistema è responsabile di ogni cosa, anche delle personali crisi esistenziali.
Vi siete mai chiesti, però, cosa facciamo per cambiare le cose?
Per cambiare le cose DEVI SUDARE, però noi non abbiamo voglia di farlo, già viviamo in una terra dalla temperatura sin troppo mite, se ci mettiamo anche ad impegnarci potremo farci il bagno nei nostri salati liquidi.
Non è disonorevole, no, assolutamente anzi… però fa schifo.
Chi non è mai rimasto impressionato da qualche amico o amica in preda ad un attacco di sudore?
Sudare è naturale, impegnarsi è naturale, volere e desiderare lo sono anche.
Allora qual è il problema? Cosa ci separa dall’esaudire i nostri desideri e dall’impegnarci per raggiungerli?
Io non lo so, voi?
Alla fine, io ho finito con ansie, problemi e sudore, mi godo il fresco della mia cella, Maria De Filippi in tv, che porta al suicidio i neuroni, e i pasti magri e insapore, che mi faranno dimagrire . Non suderò più, non avrò bisogno di sforzarmi, farò quello che mi dicono di fare, senza impegno.
Chi l’avrebbe mai detto che, per tentare di cambiare le cose, avrei finito per apprezzare lo squallore che prima osteggiavo?
Non come la mia cara vicina di cella, la Lanciatrice Assassina, che chiede con disperazione di riavere i suoi preziosissimi limoni, eppure nemmeno le arance le portano, ma solo cheesecake.
Chissà perché…
Meglio smettere di farsi domande, non ce né bisogno: questa sì che è vita.

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