Autobiografia Pedagogica

I primi anni di vita sono caratterizzati da sinceri stupori e da semplici curiosità. La parola più frequente è “perché”, che incessante si ripete. All’asilo le maestre si addossano l’arduo compito di gestire il bambino nei primi approcci con la quotidianità e io, all’età di quattro anni, resi complicato il lavoro, già duro, delle mie. Il nostro incontro non fu dei migliori, rompevo ogni cosa che toccavo ed ero un elemento continuo di disturbo, così mi diedero il soprannome che tutt’ora mi accompagna e mi rappresenta: “Duracell“, perché, come le batterie, non mi scarico mai. Riempivo chiunque di domande strane e la mia voglia di parlare non finiva mai. Ero curiosa, molto, e trovavo affascinante tutto ciò che mi circondava. Mia mamma non poteva starmi mai lontana perché smontavo e mettevo in bocca qualsiasi oggetto mi ritrovassi tra le mani. Adoravo giocare con le costruzioni e farmi raccontare storie, dalle quali traevo spunto per inventare le mie. In prima elementare, la mia maestra d’italiano mi chiese di leggere un racconto sugli gnomi: erano poche righe, i primi tentativi di lettura, ma io lo trovavo scarno e privo di emozione, così, quando iniziai a leggere, cambiai la storia, aggiungendo particolari, alterando personaggi e scene. Ero talmente presa e i miei compagni così incuriositi che l’insegnante mi lasciò finire, solo alla fine fece chiamare i miei genitori perché credeva volessi prendermi gioco di lei e che non avessi letto quel brano, compito che aveva assegnato per casa il giorno prima. Da quel momento iniziai a trattenermi e ad astenermi da estrose iniziative. Mi resi conto che non ero più all’asilo, c’erano altre regole, si richiedeva un impegno diverso e differenti erano anche i fini. Le materie che mi piacevano maggiormente erano italiano, storia, geografia e scienze, mentre la matematica già da allora iniziava a darmi dei problemi. Non capivo il senso di quei calcoli: l’insegnante, poi, aveva la strana abitudine di assegnarci dei problemi a piacere che i genitori dovevano inventare e neanche quando spiegò le frazioni con una torta gigante sono riuscita a comprendere a pieno il senso di quegli strani simboli: alla fine restava della torta nel coltello e nella base, quindi non era perfettamente divisa in parti. In terza elementare iniziammo a studiare inglese, il mio primo approccio con una lingua straniera. La maestra era molto più giovane rispetto alle altre, era bionda ed aveva delle unghie lunghissime che spesso limava durante le sue ore. Le lezioni consistevano nel leggere vignette ed ascoltare canzoni: non imparai niente.

Non sapevo quale fosse il mio ruolo in quella situazione, eppure credevo di imparare, solo che non era quello che loro volevano farmi studiare. Certo, il mio concetto di conoscere riguardava ciò che mi interessava e stimolava; ripensandoci, le attività che occupavano di più le mie ore scolastiche erano chiacchierare con i miei compagni e trascrivere i titoli di quei libri che mi sarebbe tanto piaciuto leggere, lista che ho tutt’ora, in continuo aggiornamento. Durante la ricreazione, con gli altri bambini, giocavo a interpretare i personaggi dei nostri cartoni/film preferiti. Mi piaceva molto quel gioco e mi impegnavo talmente tanto che le maestre mi fecero interpretare la prima cornacchia in Biancaneve, il giornalista che intervistò i genitori del bambin Gesù, il fiocco di neve e la ballerina nelle recite scolastiche. Non erano ruoli principali, però mi divertivano ed erano l’unica cosa da cui non mi distraevo mai. Nessuno doveva dirmi cosa fare, nemmeno un braccio rotto mi impedì di impugnare i pompon e sventolarli nel giusto istante. Mia madre, avvilita dalla mia iperattività, mi iscrisse in una scuola di ballo nel corso di danza moderna. Quell’ambiente mi incuriosiva molto: c’erano molte ragazze “grandi” ed era divertente muoversi in quell’insieme di movimenti armonici. Tuttavia, ero incostante e la passione finì presto, già dopo due anni abbandonai. Quello fu solo l’inizio dei continui tentativi di trovare la mia propensione. Mi iscrissi in palestra e la frequentai per soli tre mesi; mi iscrissi a nuoto, ma lasciai dopo due anni; nonostante volessi diventare una stilista, abbandonai i miei bozzetti in poco tempo; mi sarebbe piaciuto diventare una cantante e partecipai al coro della scuola, ma la mancanza di capacità canore mi riportò con i piedi per terra; non riuscii a terminare il corso d’informatica nonostante trascorressi molte ore della mia giornata davanti al computer; infine provai ad entrare nel mondo della recitazione, ma anche se feci qualche spettacolo non riuscii a fare provini per il troppo imbarazzo. Tra tutte queste attività non smetterò mai di rimpiangere l’abbandono del nuoto e della recitazione, mi sentivo bene quando scorrevo rapida nella corsia della piscina e recitare mi permetteva di diventare chiunque interpretassi. Anche i miei bozzetti di abiti e scarpe fanno parte dei miei rimpianti, ma la mancanza di manualità demolì il mio desiderio fino a farlo crollare. Ogni attività extra scolastica, anche se successivamente accantonata, però mi permise di comprendere me stessa. Avrei voluto provare tutto e provai molte altre cose: negli anni successivi alle medie scoprii una propensione verso le percussioni, anche se non l’assecondai, e durante tutta l’adolescenza, guardando mia sorella che dipingeva, disegnavo anche io qualche abbozzo di natura morta e, ascoltandola suonare, riuscii a strimpellare qualcosa con il suo pianoforte.

Ricordo ancora le scuole medie: la professoressa Parisi, che insegnava italiano e, l’ultimo anno, latino, mi diede molto a livello umano, mi insegnò la pazienza e la dedizione che si può avere solo facendo ciò che si ama; e la professoressa Grifeo, che insegnava matematica e scienze, mi fece capire la determinazione e la forza che possono avere i concetti se poggiati su basi solide e argomentati con perizia. Il legame con queste insegnanti fu molto forte e in particolar modo quello con la professoressa Parisi, l’unica a cui non avevo timore di leggere le mie storie sconclusionate e di confessare i miei timori preadolescenziali: lei, con dolcezza e quando necessario con rimproveri materni, mi permise di capire che lo studio non era una costrizione imposta dall’alto, ma un’opportunità che potevo cogliere o meno. Purtroppo mi rimase il vizio di approfondire solo le materie che mi interessavano e mi ritrovavo ad andare molto bene in italiano, storia, scienze e arte e molto male in matematica e in inglese.

Il momento che però determinò la mia passione per la lettura fu quello in cui, ricoverata in ospedale, conobbi una ragazza che frequentava l’ultimo anno di liceo la quale, notando il mio interesse per i libri, mi consigliò di leggere “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde e “La metamorfosi” di Franz Kafka. Appena guarii li comprai. Il primo che lessi fu “La metamorfosi”. Questo racconto mi colpii talmente tanto che per un periodo sognai di trasformarmi in uno scarafaggio. Il dolore, la solitudine, l’incomprensione e un miscuglio di altre indelebili sensazioni erano descritte in maniera così tangibile che le provai di rimando e mi resi conto dell’effettivo potere delle parole. Fu però “Il ritratto di Dorian Gray” ad aprirmi un nuovo mondo. Descrizioni luminose e cupe, complessità e ambivalenza dell’essere umano, ipocrisie ed etichette che la società impone, amore, odio: trovai ogni cosa. La fortuna volle che comprai l’edizione Feltrinelli, con l’introduzione di Aldo Busi che, grazie all’audacia e all’irriverenza con cui la espose, mi permise di apprezzare, comprendere, approfondire determinati temi, aumentando addirittura l’influenza che il libro ebbe su di me. Questo romanzo ha avuto anche la capacità, capacità che ancora oggi riscontro ogni volta che lo rileggo, di suscitarmi domande, di darmi risposte, di farmi riflettere, crescere, tant’è che da allora, non abbandona mai il mio comodino. Le mie curiosità smisero di essere banali e cambiarono direzione: divennero introspettive, antropologiche e psicologiche. Purtroppo mi resi conto che trovare qualcuno con cui condividere quest’evoluzione dei miei interessi era difficile, così le tenni per me finché, giunta al liceo, la mia nuova professoressa d’italiano, la professoressa Motta, fu capace non solo di tirar fuori capacità che non conoscevo, ma per di più mi diede la possibilità di mostrarle. Grazie a lei conobbi numerosi altri libri come “Il principe felice e altri racconti” di Oscar Wilde , che mi avvicinarono alle narrazioni per bambini e me le fecero amare, “Il mondo di Sofia” di Gaarder, “Panta rei” di De Crescenzo, “Il piccolo principe” di Saint-Exupery che invece mi avvicinarono alla filosofia e mi fecero attendere con impazienza il terzo anno, quando finalmente avrei iniziato a studiare quella materia che ormai era diventata il centro delle mie fantasie. Ma se i primi due anni del liceo furono produttivi e ricchi di soddisfazioni, perfino in matematica, gli altri tre si rivelarono distruttivi. L’insegnante tanto attesa di filosofia si rivelò tanto preparata e competente, quanto singolare. Aveva un modo tutto suo di spronarmi a studiare che non si rivelò produttivo per la mia persona: più si accaniva e meno rendevo. Tuttavia ciò non condizionò la passione per quella materia, anzi mi intestardì e continuai a studiarla sempre più. In matematica e fisica però tornai ad avere risultati pessimi: gli unici voti alti rimasero quelli in italiano e storia dell’arte e divenne un’epopea superare ogni anno. Gli esami di maturità andarono sorprendentemente bene (a parte la prova di matematica) e il colloquio divenne una delle soddisfazioni più gratificanti che abbia mai avuto. L’argomento della mia tesina si incentrava su “Farenheit 451” di Ray Bradbury, libro che mi fece avvicinare ai romanzi di Orwell e alle ucronie di Philip Dick. Esposi gli argomenti con talmente tanta passione che il presidente di commissione mi volle parlare appena terminai. Il suo discorso mi diede fiducia e mi permise di chiarire le mie confuse idee su cosa fare successivamente. La scelta venne da sé: decisi di iscrivermi alla Facoltà di Filosofia per poter soddisfare le mie curiosità approfondendo quel percorso di studi che da sempre mi attraeva. 

Mi trasferii a Roma e nonostante avessi già visitato la città da turista, la trovai pullulante di cultura e di vivacità intellettuale. Ero quasi stordita e inebriata, perché trovare qualcuno con cui condividere le mie passioni divenne improvvisamente semplice e la musica classica, le opere, i balletti, le rappresentazioni teatrali, così come le mostre e altri eventi, non erano più rari e lontani, ma numerosi e facilmente accessibili.

Non appena iniziarono le lezioni, mi resi conto di essere in un luogo completamente diverso da quello in cui ero cresciuta: il mio essere adulta era realmente riconosciuto e dovevo iniziare a cavarmela da sola. Vivere fuori dal nucleo familiare permette, non solo di maturare, ma di comprendere le numerose, diversificate, necessità e sfaccettature che possono avere altre persone, ma sopra ogni cosa il rispetto per il prossimo. “Filosofie e problemi dell’intersoggettività” fu la prima materia che diedi: uno dei corsi più belli che abbia mai seguito. I numerosi riferimenti diacronici e sincronici, l’analizzare singole parole, non solo in relazione all’area semantica, ma anche nella loro area etimologica per comprendere a pieno il reale significato, troppo spesso banalizzato, conoscere elementi della modernità a cui normalmente non si fa caso, mi aiutarono a delineare la mia idea su ciò che volevo trarre da questo corso di studi. I libri che lessi per dare quell’esame e successivamente quelli letti per mio gusto personale, come ad esempio “Le lacrime di Nietzsche” di Yalom, mi fecero rendere conto che il mio interesse verteva sull’aspetto introspettivo e psicologico della filosofia. Gli impegni universitari erano molti, però riuscii ugualmente ad affrontare un’esperienza lavorativa, nella quale, il continuo rapportarmi con persone differenti, mi aiutò a sviluppare doti comunicative e ad affrontare problematiche pratiche a me nuove. All’inizio della sessione estiva però, inaspettati problemi di salute mi costrinsero a tornare nella mia città natale, persi un anno, nonostante tentassi di dare gli esami da non frequentante, ma ciò non mi impedii, appena guarii, di tornare a Roma e riprendere gli studi.

Concludendo, vorrei sottolineare l’importanza che ha avuto mio fratello Valera, di origine russa, il quale mi aiutò ad aprire gli occhi sulla dura realtà; l’interesse per i numerosi viaggi che ho intrapreso durante la mia vita.

Una persona molto importante è riuscita ad infondermi il coraggio necessario per aprire questo blog, ma devo anche a lui la forza di aver ricominciato a credere nelle mie capacità di scrittrice, e l’audacia per tentare il test di ammissione per entrare alla scuola Holden.

Sono stata ammessa, ma questo è l’inizio di una nuova storia!

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2 pensieri su “Autobiografia Pedagogica”

  1. Le tue parole mi lusingano e mi rendono orgoglioso, di te posso dire lo stesso, sei il mio punto di riferimento. Ma io so che tu hai la forza per riuscire e ci scommetto che anche senza un rompipalle come me sarebbe andata benissimo, perché semplicemente sei la migliore, e non è questo un parlare con il paraocchi, o senza cognizione di causa; gli altri potranno fare la loro parte, dare il loro contributo nel mondo ma tu sei unica in ciò che fai. Non dimenticarlo e coltiva il tuo talento; io per quanto posso, con tutti i miei limiti, mi sforzerò sempre di continuare ad essere per te un punto fisso e a farti felice; sarebbe bello

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