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Il Mestiere di scrivere

Lei

Lei riposa.

I suoi sospiri riecheggiano nella stanza completamente vuota, mentre le gocce di cioccolato cercano di scaldarla.

C’è fin troppo freddo.

La condensa scivola sulle pareti spoglie e si cristallizza con lentezza. Il rumore croccante e umido la sveglia. Lei apre lentamente i suoi occhi di burro e vaniglia, e si accorge di essere ancora dentro la stanza.

I suoi occhi feriscono, squarciano le pareti .

Freme.

Il suo profumo invade quel luogo gelido, mentre i suoi lamenti fanno vibrare l’aria.

Cerca di sentire rumori dal mondo esterno, quel mondo che l’ha creata con la violenza delle fruste e la dolcezza granulosa dello zucchero, ma non riesce a sentire nulla: è intrappolata in quel mondo statico e freddo.

Basterebbe che qualcuno poggiasse la mano sulla maniglia grigia e, aprendo la porta, la vedesse lì, sola, immobile con le sue gocce di cioccolato.

Basterebbe solo che quella persona avvicinasse il dito verso di lei e con un rapido gesto ne prendesse un po’.

Basterebbe che quella stessa persona se la portasse alla bocca per sentire il suo sapore soffice e vanigliato. E in quel momento capirebbe di volerla condividere con qualcuno a cui tiene, magari gustandola dallo stesso cucchiaio.

Lei non vuole essere mangiata distrattamente, vuole essere gustata, vuole essere assaporata per donare l’energia data dalle gocce di cioccolato che non si vedono dalla superficie perfetta e liscia, ma che dentro di lei ribollono dalla voglia di emergere ed essere scoperte.

Perché lei è buona, ma viene resa favolosa da qualcosa che non ti aspetti: quelle gocce di cioccolato, extrafondente.

Si potrebbe credere che siano troppo aspre, ma quando la cioccolata si scioglierà insieme a lei sulla lingua di chi la vorrà sentire, allora capirà che niente è più dolce di qualcuno che porta dentro di sé l’amaro che danza con la morbidezza.

Lei e la cioccolata extrafondente si cercano, si fondono, si riappropiano: si respingono per aversi, per possedersi, per rimanere in equilibrio.

Crema Pasticcera

La crema pasticcera riposa. I suoi sospiri riecheggiano nel frigo completamente vuoto, mentre le gocce di cioccolato cercano di scaldarla.

C’è fin troppo freddo.

La condensa scivola sulle pareti spoglie e si cristallizza con lentezza. Il rumore croccante e umido sveglia la crema. Lei apre lentamente i suoi occhi di burro e vaniglia e si accorge di essere ancora dentro al frigo. Cerca di sentire rumori dal mondo esterno, quel mondo che l’ha creata con la violenza delle fruste e la dolcezza granulosa dello zucchero, ma non riesce a sentire nulla: è intrappolata in quel mondo statico e fresco.

Basterebbe che qualcuno poggiasse la mano sulla maniglia grigia e, aprendo il frigo, la vedesse lì, sola, immobile con le sue gocce di cioccolato. Basterebbe solo che quella persona avvicinasse il dito verso di lei e con un rapido gesto ne prendesse un po’. Basterebbe che quella stessa persona se la portasse alla bocca per sentire il suo sapore soffice e vanigliato. E in quel momento capirebbe di volerla condividere con qualcuno a cui tiene, magari gustandola dallo stesso cucchiaio.

Lei, la crema pasticcera, non vuole essere mangiata distrattamente, vuole essere gustata, vuole essere assaporata per donare passione, energia data dalle gocce di cioccolato che non si vedono dalla superficie perfetta e liscia, ma che dentro di lei ribollono dalla voglia di emergere ed essere scoperte.

Perché la crema pasticcera è buona, ma viene resa favolosa da qualcosa che non ti aspetti: quelle gocce di cioccolato, extrafondente.

Si potrebbe credere che siano troppo aspre, ma quando la cioccolata si scioglierà insieme alla crema sulla lingua del fortunato, allora capirà che niente è più dolce di qualcuno che porta dentro di sé l’amaro che danza con la morbidezza.

La crema pasticcera aspetta.
Può solo aspettare.

Luisa voleva fare una torta

Luisa voleva fare una torta, ma in cucina gli ingredienti erano sparsi ovunque.

Sulle mattonelle i disegni erano resi brillanti dai granelli cristallini dello zucchero, sbadatamente adagiati sul pavimento e che ancora velavano l’aria.
Sul tavolo la bustina di lievito era unta di albume e colorata dal tuorlo che oltrepassava la carta con cui tentava di proteggersi. Un panno arricciato cercava di arginare il brandy che si era versato sulla sedia bianca, mentre la bottiglia aveva già smesso di rotolare, ormai completamente vuota.
Dallo spigolo del tavolo il latte gocciolava lentamente insieme al brandy e raggiungeva lo zucchero, impastandosi con la polvere e la granella di pistacchio.
Il setaccio stava immacolato in un angolo del piano cottura, a differenza dello sbattitore, ricoperto dagli ingredienti liberati.
Dentro al frigo, invece, riposava serena la crema pasticcera, che minuto dopo minuto rassodava la sua consistenza setosa e morbida. Abbandonata in quel frigo vuoto, godeva solo della compagnia delle gocce di cioccolato fondente che l’insaporivano e le davano un carattere forte e indipendente.
Dietro la porta della cucina, il gatto si leccava le zampe con dedizione e incuranza.
Assaporava il latte, lo zucchero, il brandy e la granella di pistacchio abbracciati al suo pelo.
La sua lingua dalle numerose papille gustative si godeva quell’impasto non poi così involontario, ma il micio si era stancato e finalmente, dopo quel divertente gioco, poteva andare a dormire nella sua cesta.
Luisa voleva fare una torta, ma non riusciva a smettere di guardare quello che era successo.
Aveva ancora la frusta in mano.

Ti amo troppo

Riesco a distinguere i tuoi passi che si avvicinano all’ingresso di casa tua. Ti ho aspettata tutto il giorno con la speranza di scorgerti dall’occhiello della mia porta. Abitiamo l’uno di fronte all’altro e non solo riesco a percepire i tuoi movimenti, posso anche vedere quando entri ed esci da casa.

L’erotico ticchettio sul pavimento mi sussurra che oggi porti i tacchi. Scommetto che li hai messi per me, per essere notata da me. Saranno quelli neri di velluto o quelli un po’ più alti?
Apro la porta e, simulando la coincidenza, ti saluto. Ricambi con un sorriso educato, mentre quel rossetto rosso opaco incornicia in modo sensuale la tua bocca perfetta. Ti sei truccata per me anche oggi: sei bella, sei bellissima.
Ti chiedo dove sei stata. Mi rispondi guardandoti intorno, anche se non capisco perché. Inizio a innervosirmi, ma non vorrei mai metterti a disagio. Con un gesto di apertura ti chiedo com’è andato il lavoro. Con fretta mi rispondi che sei stanca, che vuoi cenare e poi andare a riposarti. Non mi perdo d’animo: ti invito a cena.
Potrebbe essere il nostro primo appuntamento, sì. Potremo andare nel ristorante lussuoso in Corso Rosselli. Il vino buono e del pesce fresco potrebbero essere un dolce preliminare e offrirei io. Questo non te lo dico però, non riesco a farlo. Mi interrompi, vuoi solo rientrare a casa. Perché fai così? Perché?
Devo mantenere la calma, in effetti sei tornata da me, per me.
Forse vuoi solo rilassarti prima di passare una bella serata insieme, se sei stanca non potresti dare il meglio di te, e io non voglio gravare, anzi, vorrei renderti felice.
Ti lascio andare. Mi saluti, ti giri e cerchi con foga le chiavi. Noto con stupore che hai delle scarpe che non avevo mai visto. Una fitta di gelosia mi ferisce, ma non posso fartelo notare. Ci sarà tempo per le risposte.
Aspetto che rientri. Appena ti vedo al sicuro decido di andare nella pizzeria accanto al nostro condominio, per comprarti una pizza alla Nutella. So che è la tua preferita, ti ho sentito mentre lo confessavi al telefono ad un’amica e questa potrebbe essere una bella occasione per inaugurare il dopocena. Immagino già il tuo volto teso per lo stupore, le tue braccia che mi circondano per ringraziarmi e la felicità mentre addenti il primo morso. Ti sporcherai quelle labbra perfette, piene. Ci penserò io a toglierti la crema alla nocciola, ti bacerò come non sei mai stata baciata. Faremo alzare la temperatura e poi urlerai il mio nome per il piacere, piacere che solo io posso darti. Saremo uniti, come hai sempre desiderato.
La pizza è pronta, avverto il profumo dolce della Nutella che a contatto con la pasta ardente inzia a sciogliersi. Devo sbrigarmi se voglio riuscire a portartela ancora calda.
Pago l’amico pizzaiolo e gli do una mancia cospicua. Comprende il perché del mio slancio, sa tutto del mio amore per te e mi invita a non esagerare, come se fosse possibile.
Arrivato nel palazzo vorrei fare le scale a tre a tre perchè non vedo l’ora di citofonarti, di sentire la tua voce delicata e poterti fare questa sorpresa, invece mi trattengo, devo ripassare il mio piano e ad ogni gradino aggiungo un dettaglio alla mia strategia calcolata.
Arrivato nel nostro piano, l’ultimo, il tetto sembra diventare più alto e il pavimento più soffice: mi sento volare.
Di fronte alla tua porta prendo un respiro profondo. Devo essere perfetto per te.
Mi prendo di coraggio e faccio muovere il mio dito tremolante sul tuo campanello impolverato. Non viene mai nessuno da te, ma questa notte ti terrò io compagnia. Il rumore che in altre circostanze mi avrebbe fatto trasilire adesso è per me il trionfo delle possibilità.
Suonerei questo campanello per sempre, per pregustare all’infinito quello che sta per accadere.
Al suono rispondi con rapidità, avvertendomi che stai arrivando. Ti starai vestendo, ti starai mettendo qualcosa di carino, per me.
Quando apri la porta sei in pigima, un brutto e largo pigiama verde sbiadito, addirittura infeltrito. Mi sento offeso, perché ti sei conciata così per la nostra prima grande notte? Mi stai mettendo alla prova vero? Vuoi testare fino a che punto sono innamorato di te. Stai tranquilla, non mi tiro indietro.
Ti saluto e ti prensento la pizza. Ti lasci inebriare da quel profumo, eppure non mi fai entrare. Mi lasci lì, sulla porta, mi dici che non puoi accettare, mi ringrazi, mi spieghi che sei a dieta, cerchi di mandarmi via.
No, non si fa. Sono due anni che ti osservo da quel dannato occhiello, che annoto qualsiasi parola riesco a sentirti pronunciare, che registro i tuoi orari. Adesso sono stanco di fare il ricercatore, adesso non riesco più ad aspettare, è finito il tempo di fare calcoli: adesso sarai mia.
Stringo i denti, con gentilezza ti dico che mi dispiace, non vorrei mai farti trasgredire la dieta. Sei così bella, non ne hai bisogno. Nonostante tutto però avrei piacere che la mangiassi tu, perché so quanto ti piace.
Alla fine sono riuscito a convincerti a prenderla e mentre ti passo la pizza mi infiltro con prepotenza dentro casa tua e chiudo la porta.
Ti agiti, perché? Perché non mi vuoi qui? Cosa ti ho fatto?
Poggi la pizza nel tavolo più vicino, un tavolo di legno vecchio e malridotto. Non avre mai pensato che vivessi in una topaia del genere. Tutto mi sembra verde, tutto mi sembra infeltrito, tutto mi puzza di vecchio come il tuo pigiama.
Ti sei messa in un angolo, sbadigli per finta, vuoi cacciarmi ancora.
Non posso permetterlo, so che in fondo nemmeno tu lo vuoi, sei solo troppo timida per ammetterlo.
Tranquilla, ti metto io a tuo agio.
Mi avvicino a te e stai in silenzio. Strano, di solito parli sempre.
Il mio corpo è a pochi centimetri dal tuo, ti sento battere il cuore e trattenere il respiro.
Apri la bocca, ma io te la serro con la mia mano, grande quanto metà del tuo viso.
Mi sembra quasi un delitto scalfire la tua pelle d’avorio. Sai che non posso fare altrimenti, non riuscirei ancora a sopportare di sentirti dire di andarmene. Non voglio e non lo farò.
Sento la mano inumidirsi, stai piangendo.
Lo sapevo, lo sapevo che non vedevi l’ora di stare con me. Ti sei commossa. Anche sul mio viso scorrono lacrime silenziose. Siamo fatti per stare insieme!
«Ti amo troppo».
So che è presto per dirtelo, ma la tua bellezza sottomessa mi ha fatto perdere il mio spiccato autocrontrollo.
Ti accarezzo i capelli, ti strappo quel brutto pigiama verde e ti accarezzo la pelle.
Adesso che sei nuda la casa sembra risvegliarsi, come se fosse arrossita alla vista del tuo corpo perfetto.
In effetti mi dispiace doverti riempire di lividi, però mi hai costretto e forse ti piace così.

L’ultimo Pomodoro

Poggio il gomito sul talvolo, si muove e traballa come se gli facesse male uno dei piedi che gli permettono di reggersi. Ha piú di quarant’anni, l’ho comprato quando mi sono trasferito a Torino e non ho mai avuto il coraggio di buttarlo. Mi somiglia: il suo piede – come il mio – ormai non regge il suo peso e giorno dopo giorno scricchiola sempre di piú.

La testa mi pesa. Vorrei bere del vino, quel vino scadente che ogni tanto mi concedo all’insaputa del medico che non capirebbe, che non sarebbe d’accordo. Perché poi? A cosa serve rimandare il giorno in cui moriró se mi è rimasta solo la mia pianta di pomodoro?
Non sono più quello di un tempo, e se il giorno del mio matrimonio ho preso mia moglie tra le braccia e l’ho portata dentro casa senza il minimo sforzo, adesso mi ritrovo ad aver difficoltà a potare una pianta.
Amavo mia moglie, si che l’amavo. Non ho mai riflettuto su cosa sia questo sentimento, ma non avevo dubbi che lei fosse la persona piú importante della mia vita. Non nego che alcune donne suscitassero in me pulsioni che lei non sarebbe mai stata in grado di stimolare, ma delle belle gambe non hanno mai offuscato ció che per me é davvero importante: la cucina -e nessuna persona al mondo cucinava come lei.
Avrei mai potuto tradire la donna che aveva colorato le mie giornate grigie di fabbrica con il sugo rosso dei pomodori freschi che si faceva portare dalla Sicilia?
Bei tempi, quelli.
Invece adesso il cibo é incolore, insapore e inodore. Perché mi costringono a mangiare questa roba? Essere vecchio non implica il disfunzionamento dei sensi, anzi, questi permangono e il non poterli assecondare è come una pena che non sai fino a quanto dovrai scontare. Ma già sono vecchio, devo pure vivere nel ricordo di qualcosa che non può tornare, che puoi vedere, ma non vivere?
Io continuo ad avere fame, anche se purtroppo ,tra dentiera e dolori addominali, sono costretto a cibarmi di schifezze leggere e sane che la mia badante bilorussa allunga con qualcosa di strano che rende nero il piatto bianco e vecchio.

Mi alzo. Barcollo tra le sedie e i mobili cadenti della cucina che i miei figli vorrebbero buttare, ma che a me piacciono tanto. Perché comprare mobili giovani se mi trovo bene con i miei coetanei? Ne conosco ogni crepa, fessura e logoramento, meglio di quelli che il mio corpo nasconde.
Esco fuori nel mio stretto balcone e l’unico pomodoro della mia amata piantina mi saluta: finalmente è diventato abbastanza grande per essere colto.
Ho deciso che prenderó il coltello piú affilato che possiedo, taglieró l’ortaggio a fette sottili sul tagliere usurato e lo coloreró con l’origano e il sale su un piatto tra i più belli che mi sono rimasti.
Come l’ultimo pomodoro che ho mangiato prima di partire e andare a vivere a Torino, questo ultimo mi preparerà per il mio nuovo e ultimo viaggio.

Mi chiamo Laura Baroni

Mi chiamo Laura Baroni, ho 24 anni e vivo in una piccola città. Non ricordo molto del mio passato, mi sembra di essere stata sempre un’ingenua sognatrice. I miei genitori mi convinsero che avrei potuto fare qualsiasi cosa avessi voluto, senza problemi. Mi sarebbe bastato volerlo, dicevano, ma non mi insegnarono mai cosa fosse la vita oltre i miei desideri. Crescendo con la convinzione di volere/avere iniziai a scontrarmi con gli “altri”. Non immaginavo ci potessero essere altre persone oltre me e iniziai i primi confronti con le altre volontà, molto più forti e determinate della mia: loro le avevano allenate con i fratelli o con le difficoltà della vita, io no.

Non avevo molti amici, ma pigra e viziata, ero riuscita a entrare in una perfida cerchia di bambine. A me piacevano proprio perché risultavano insopportabili, forse questo mi fece iniziare a comprendere che non ero una persona “normale”. Io ridevo quando gli altri piangevano, trovavo ilare ciò che creava sofferenza e mi piaceva farmi del male.
Avendo paura di questo mio lato sadico lo nascosi in profondità e lo persi nella complessità del mio inconscio, che lo rielaborò in una necessità vitale di perfezionismo.
Al liceo cambiarono molte cose rispetto ai primi giorni di scuola: ero riuscita ad averla vinta su tutto e la popolarità aveva reso la mia volontà inscalfibile, anche perché avevo elaborato strategie seduttive che mi permisero un grande ascendente su chiunque mi stesse accanto.
Agli esami di maturità ricordo ancora di aver fatto sesso nel bagno con il presidente di commissione, un ometto un po’ vecchio, innocuo, ma con la perversione per le ragazzine. Mi diplomai con il massimo, però nonostante tutti mi festeggiassero, una rabbia incontrollabile mi portò a rompere il tavolo di vetro che avevo in casa, mi tagliai la maggior parte del corpo e mia madre mi trovò per terra a ridere di quel dolore. Fui portata in ospedale di corsa: ferite disinfettate, una brava truccatrice ed ero pronta per la festa.
Questo stile di vita non poteva durare a lungo. All’università provai per la prima volta dei sentimenti e decisi di non fingere più. Smisi di mangiare, se fossi riuscita a controllare il cibo sarei riuscita a controllare i miei sentimenti contrastanti e avrei appagato il mio bisogno di attenzione e di dolore.
Il mio ragazzo continuava a dirmi che mi punivo, non capivo perché dicesse questo, io ero la bambina più fortunata del mondo, avevo tutto quello che volevo e se non l’avevo ancora mi sarebbe bastato volerlo di più. Io volevo e avevo, ma lui mi rispondeva che non era vero, perché non avevo niente.
Dopo un po’ uscì dalla mia vita. In un primo momento non me ne preoccupai, potevo avere qualunque ragazzo, non avevo bisogno di lui, di nessuno. Consideravo le persone come oggetti, tutte utili ma nessuno necessario, sostituibili una con un’altra all’occorrenza una volta scovato il minimo difetto.
Con stupore realizzai che anche io ero una persona/oggetto, ed ero appena stata buttata via. Il pensiero mi soffocò, non riuscivo a respirare e con le unghie mi graffiai il petto finché quella sensazione non cessò.
Non poteva essere sempre come volevo, non bastava. Anche io avrei dovuto fare qualcosa, non potevo pretendere che le cose accadessero come per magia, no, non sarebbe successo.
Provai un odio profondo che mi riportò a casa.
Arrivata dai miei genitori gli chiesi spiegazioni, perché mi avevano viziata? Perché mi avevano convinta di non aver limiti? Perché non mi avevano presentato il mondo per quella macchina trituracarne che è? Perché io mi ostinavo a volerne fare parte e a triturare la carne di altra gente?
Mia madre scoppiò in lacrime, ma si asciugò in fretta gli occhi. Non poteva permettere che il trucco sbavasse, doveva mantenere il controllo, come le aveva insegnato sua madre e come lei aveva insegnato a me.
Mi fece vergognare per la mia mancanza di contegno e mentre cercavo di ricompormi avevo iniziato a strapparmi la pelle dalle mani.
Mio padre, più umano, eppure più stronzo, mi disse di smetterla di guardare indietro e andare avanti.
Nessuna risposta dal passato, nessuna risposta dentro di me, nessuna risposta dai miei genitori: vedevo solo una società che mi costringeva alla perfezione, al soffocamento.
Ho smesso di volere, come ho smesso di sperare, sono tornata da quel ragazzo che aveva tentato di starmi accanto e ricominciare.

Quello che ho appena scritto non ha senso, ma sarebbe ipocrita cercare coerenza nell’uomo. A volte non esistono vere spiegazioni, per questo mi piace pensare che il non sapere dipenda da quell’utero culturale che mi ha protetta e soffocata fin dal mio primo giorno.

Parigi non è un parco divertimenti

Sono costretta a rimanere seduta in questa sedia, così immagino di poter disegnare sulle pareti bianche. Mi volto verso mio padre che, seduto accanto a me, fissa il pavimento con uno sguardo che non gli ho mai visto. Vorrei sapere cosa pensa e glielo chiedo. Lui non si volta subito, si gira lentamente, quasi con sforzo, come stupito dalla mia domanda. Gli faccio notare i suoi atteggiamenti atipici, ma lui vuole farmi pensare che sia tranquillo: io non gli credo.

Rimanere seduta così a lungo mi annoia, papà se ne accorge subito e cerca di dare importanza alla mia presenza parlando di qualcosa di poco importante, di poco importante per me.
Il suo pallore mi ricorda che questa mattina non ha mangiato, ho portato delle uova sode dall’albergo nel caso gli venisse fame e le ho posizionate nel fondo della borsetta. Adesso sono passate delle ore e forse ne vorrà una, con un gesto accennato gliele offro. Non mi risponde, nemmeno mi vede, il pavimento ha tutta la sua dedizione, anche se sono sicura che non pensa alle mattonelle bianche come il muro.
Improvvisamente si alza, si mette di fronte a me, si piega sulle ginocchia e mi abbraccia.
«Promettimi che non starai mai male!».
Glielo prometto, anche se non ne capisco il senso.
Papà però non sembra tranquillizarsi, mi fa un sorriso che risulta forzato e disperato. Ormai l’ansia che prova inizia a contagiarmi, i miei pensieri incentrati sul muro bianco da disegnare e le uova sode da mangiare non mi sembrano adatti alla situazione.
Non ne posso più. Mi alzo io adesso.
Sento mio padre che mi chiede cosa sto facendo, il tono precedentemente dolce diventa duro, agitato, quasi allarmato. Voglio semplicemente cercare mamma, lei sa come fare per risolvere le situazioni e ormai manca da tempo, troppo.
Si alza di nuovo, questa volta però inizia a camminare avanti e indietro.
«Lo sai che tornerà quando avranno finito, non riesci a stare ferma?».
No, non riesco a stare ferma, sono annoiata, vorrei solo potermi muovere un po’.
Dalla sua gola viene fuori un suono, un urlo che non avrebbe voluto uscire, ma che la sua gola non riesce a soffocare.
«Non si sa quanto ci vorrà, potremo anche aspettare inutilmente!».
Quelle parole non avrei voluto sentirle, probabilmente nemmeno mio padre avrebbe voluto pronunciarle, piange. Non gliel’avevo mai visto fare.
Forse non sarei dovuta venire, avrei potuto continuare a giocare con il pongo e probabilmente papà non sarebbe stato costretto a starmi dietro.
Intuendo i miei pensieri dice con sconforto:
«Non ti rendi conto di cosa vuol dire essere privato della vicinanza di entrambe le mie figlie?».
Gli chiedo scusa, lo abbraccio, ma non chiudo gli occhi perché vedo avvicinarsi un’infermiera.
Blatera qualcosa in francese, ma papà che la capisce non cambia espressione, non smette di abbracciarmi: sicuramente nessuna novità. Lei però si avvicina ancora di più e ci porge un fazzoletto, papà lo prende e distaccandosi da me si asciuga il volto, mentre l’altra mano della donna mi tocca la spalla. Quel contatto è per me repellente: è stata lei a portare via mia mamma e mia sorella.
Scappo via e corro verso la direzione in cui le avevo viste andare. Corro, tutto ciò che mi circonda non importa, voglio solo riunire la mia famiglia. Che senso ha separarci, se separarci fa male?
Mi sento afferrare per il braccio, è papà.
I suoi occhi furenti mi terrorizzano e silenziosa cerco di assecondare il suo passo, essere trascinata fa male: lui è grande e io ho solo 9 anni.
Do un ultimo sguardo alle mie spalle, sperando di intravedere qualcuno. Niente. Mi siedo dov’ero prima, la sedia è scomoda, troppo alta per le mie gambe. Nessuna posizione riesce ad attenuare quella sofferenza, ma almeno distrae dai cattivi pensieri.
«Quando arriveranno mamma e tua sorella devi sorridere come sempre, devono vederci tranquilli».
Annuisco rispondendo con una smorfia. Lui ride, nonostante la preoccupazione sia evedente.
«Perché non sono potuta andare con loro?».
Il bisogno di saperlo è troppo forte.
«Augurati di non dover mai andare lì».
Il bisogno diventa curiosità, mi sento una piccola investigatrice alla scoperta dei segreti di quel luogo candido. Chissà quale misteri nasconde questo luogo incantato?
«È così brutto? A Stefania avete detto che è un posto bellissimo in cui tante persone si sarebbero prese cura di lei e che le avrebbero anche fatto ascoltare le sue canzoni preferite e vedere qualche film. Forse ci mettono tanto perché si stanno divertendo… e se si fossero dimenticate di noi?».
Il flusso di pensieri mi pone di fronte alla mia paura dell’abbandono, mi tolgo il cappello da detective per rimettermi nei miei panni di bambina confusa.
«Non si sono dimenticarte di noi, non è un parco divertimenti».
Papà non riesce a consolarmi.
«Ma a lei le avete detto di si, che qui sarebbe stato più bello di come era stato a Londra e ho letto sulla rivista che qui a Parigi c’è Disneyland».
«Sarei così preoccupato?».
Finalmente ammette che qualcosa lo turba, sento la sua vicinanza e trovo il coraggio di chiedergli ciò che per me era davvero importante.
«Dimmi la verità, che cos’ha realmente?»
Vorrei solo capire.
«Niente di grave, stai tranquilla. Devono solo ripararle un piccolo difetto di nascita, tutto qui. Loro sono i dottori migliori, quindi se ci impiegano tanto è solo per fare bene il loro lavoro».
«E dove ce l’ha questo difetto?»
«Al cuore».
«Ma quando lo sistemeranno mi vorra ancora bene?»
Mi sorride, mentre io ansiosa insisto su questa domanda che rimane senza risposta.
«Hai ancora quelle uova?»
Gli rispondo di si, le prendo dalla borsetta e inizio a togliergli il guscio.
Sento un rumore e appena mi volto vedo una barella, mia madre rossa in viso e una flebo piena di sangue. Mia sorella ha una mascherina sulla bocca e gli occhi chiusi. Non l’ho mai vista così pallida, nemmeno durante i suoi attacchi più violenti.
Mamma abbraccia papà, mentre portano mia sorella in camera.
Dalle mani mi scivola lentamente l’uovo sodo, cade.
Li guardo piangere, io cerco di non farlo.