Lettera a un Padre Assente

Egotico, egocentrico ed egoista o, per lo meno, mi hanno definito così. Mi viene da ridere, sogghigno nervosamente: queste parole stanno per prendere vita.
Tutti hanno preteso, tutti hanno preteso un Emiliano che non sono ed accondiscendendo alle asfissianti convenzioni sociali ho dimenticato chi sono. L’ho permesso, sono colpevole.
Mamma non voglio che tu pianga, non c’entri. Tuo marito, si, papà è il responsabile e questa lettera è per lui!

Caro Papà,
ti è mai passato per la mente di instaurare un rapporto tra noi? Non tra pari, figuriamoci, per te sarebbe privo di senso, intendo un semplice rapporto padre-figlio. Forse ti sfugge il significato di questo singolare tipo di relazione, ma nelle famiglie normali padre e figlio condividono esperienze, sono l’uno l’orgoglio dell’altro, provano affetto reciproco. L’hai mai ritenuto possibile? Probabilmente no, sei così chiuso nella convinzione di essere una divinità da considerare gli altri miseri schiavi, utili solo per ergere templi in tuo onore. Non importa quanto sangue viene versato, nessuno è degno della tua considerazione.
Non l’avrai notato, però, tra me e gli altri vi è una insulsa, piccola, futile, differenza: io ero tuo figlio, il tuo unico figlio. Ero solo un bambino, ero un bambino…
Per te non è mai stato importante niente di tutto quello che facevo per attirare la tua attenzione: costruivo castelli con i lego, con la cera pongo, li dipingevo e con le pentole disturbavo i tuoi delicati timpani con ritmi primitivi.
L’unica cosa che sapevi dirmi era:
«Credi che possa reggersi in piedi una cosa del genere?»
«No, non ci siamo. Perché ti ostini?»
Certo, il discorso poteva anche sembrare corretto, solo che non ti rendevi conto che avevo solo tre anni…tre!
Ma io non demordevo e continuavo a ripetermi: continua, prima o poi in qualcosa di buono riuscirai e papà sarà fiero di te. Ho smesso di perdere “tempo” con i fortini e ho iniziato a progettare case, ad imitare i tuoi grandi progetti, tentando di apportare un contributo: volevo aiutarti, volevo stare con te.
Non l’avessi mai fatto, vedendo i miei lavori li hai distrutti in mille pezzi disintegrando la mia autostima: avevo sei anni.
Quando andai a scuola l’impatto fu traumatico, mi prendevano in giro: lo sapevi? No, non ti è mai importato. Adesso invece sei costretto, anche se probabilmente non stimolerà il tuo interesse io voglio farlo lo stesso!
A differenza degli altri bambini, sapevo leggere, scrivere, districarmi senza problemi con le operazioni e passavo la maggior parte della ricreazione a disegnare e progettare piccole invenzioni che puntualmente mi venivano rotte dai simpatici calci dei miei compagni mentre cantavano in coro:
«Emiliano, Emiliano,
tu si che sei un po’ strano,
noi non ti vogliamo
e così in giro ti prendiamo.»
Piangevo ed il tentativo di farli smettere da parte delle maestre era inutile. Mi sono costretto a comprendere il significato della vita sociale e mi sono chiesto: cosa piace ai miei coetanei? La risposta era ovvia: ai bambini le macchine, alle bambine le bambole. Non capivo il perché di questi stereotipi indotti, ma li ho sfruttati per fare amicizia e mentre per i bambini costruivo modellini di macchine, per le bambine delle bambole da abbracciare. Questo mi ha permesso di diventare popolare e così ho continuato.
Alle medie ed al liceo gli interessi erano un po’ più sofisticati, la dinamica, però, era sempre la stessa: contava solo l’immagine e la perversione sociale imponeva un tira e molla fra i due sessi.
Il mio essere figlio unico in una famiglia benestante mi ha agevolato nella voracità consumistica generazionale: bei vestiti e privilegi, ero circondato da tantissimi “amici”, che amici non erano, e le ragazze ci provavano nei modi più lascivi e sensuali. Io facevo lo snob, mi pavoneggiavo come se nessuno fosse alla mia altezza, avevo paura di poter provare sentimenti. Non sopportavo l’idea di venire rifiutato, rifiutato come hai fatto tu. Grazie a te non ho avuto una vita sociale sana, sei contento?
Mamma, al contrario tuo, era fiera di me, ero il più bravo della classe, anzi, della scuola, vincevo concorsi, borse di studio ed eccellevo in ogni attività che decidevo di praticare.
Non avevo bisogno di studiare, capivo molto e memorizzavo in fretta: memoria eidetica l’avevano definita.
Grazie agli infiniti libri che divoravo riuscivo a prendermi cura da solo della mia moto ed anche del sassofono che mi aveva regalato mamma.
Non ti chiedevo mai niente, non ne avevo bisogno.
Ti sei mai accorto che riparavo tutto io a casa? Mi occupavo di ogni cosa, dalle riparazioni semplici a quelle complesse ed ero molto più competente di quei professionisti che chiamavi e li mettevo puntualmente a disagio con le mie domande e il mio fargli notare le inesattezze.
Per te restavo un fallito e le mie invenzioni ti facevano ridere: per il compleanno ti ho regalato un rasoio elettrico che non irritava la pelle, era privo di lame e la rasatura veniva impeccabile. Tu non l’hai mai usato, diffidavi perché non mi ritenevi capace di niente.
Di nascosto manomisi la tua poltrona preferita per evitare di farti venire mal di schiena: quando ti addormentavi ti evitava quelle posizioni innaturali e scomode e ti portava direttamente a letto. No, non te ne sei mai accorto, come se fosse consueto risvegliarsi in un luogo diverso da quello in cui ci si è appisolati.
Cieco, sordo! Quando te lo rinfacciavo non facevi altro che sbraitare riguardo la loro inutilità, considerandole derivate dalla mia radicata pigrizia. Pigro? Mi svegliavo tutte le mattine alle cinque per poterti vedere prima che tu andassi a lavoro e mentre aspettavo di andare a scuola progettavo qualcosa che potesse finalmente stupirti o, quando ero particolarmente triste, dipingevo i miei dolori.
È privo di senso continuare quest’elenco di “inutilità”, le hai ignorate all’ora, perché dovrebbe essere diverso?
Grazie a te ho imparato a distruggere e come vedi ho distrutto tutto. L’unica cosa che ti lascio è il progetto della casa in cui avrei voluto abitare con Cristina. Chi è Cristina? Cristina è l’unico amore della mia patetica vita. Prima di incontrarla ero troppo concentrato su di me, su di te, per vedere gli altri ed ero troppo spaventato a causa tua per fare entrare qualcuno nella mia vita. Eppure al compleanno di Elsa, Elena mi presentò questa ragazza. I suoi grandi occhi verdi, profondamente malinconici, mi hanno provocato un’esplosione di emozioni talmente intense, da costringermi a tornare a casa immediatamente: ne ero sopraffatto. Quella notte non sono riuscito a dormire e ho iniziato a scrivere delle lettere. Da quel giorno, invece di perdere tempo a costruire ciò che tu definivi “inutili” ed “improduttivo”, ho dedicato ogni mio sforzo per lei: ho iniziato a comporre della musica, tu mi urlavi di smettere con quell’assordante rumore, ed ho iniziato a dipingere con impegno. Purtroppo nessuno stile era sufficiente; dall’astrattismo al manierismo fiammingo, dall’impressionismo all’espressionismo, nessuno riusciva a risolvere l’enigma dei suoi occhi.
Le tue considerazioni smisero di valere, c’era lei solo lei. Lei che stava vivendo dei problemi che tu, piccolo borghesuccio viziato e presuntuoso, non potrai mai capire! Dovevo aiutarla, dovevo fare qualcosa e ho provato di tutto per vederla, sono diventato pazzo nel tentativo ma purtroppo lei si era chiusa in se stessa, era impenetrabile, ed io lentamente mi sono alienato nel mio dolore, dolore che era il suo.
Non mi sono arreso fino ad oggi pomeriggio: l’ho rivista, ma è troppo tardi, è morta dentro… Non sono riuscito nell’unica cosa che davvero era importante e, vedendola così, sono morto anche io, sono morto senza di lei.
Adesso prenditi le responsabilità del padre che non sei mai stato e fai l’unica cosa che ti sto chiedendo di fare: va da lei e dalle le lettere che le ho scritto, le trovi all’interno della scatola accanto a questa lettera.
Ormai non potrò più deluderti, ho deciso di costruire qualcosa per l’ultima volta: questa stanza diventerà il mausoleo del tuo fallimento e del mio.
Addio papà, mi dispiace di non essere riuscito a dimostrarti niente, credo che se tu non mi hai mai visto sia stato per colpa mia.
Dalla mia vita inutile me ne vado inutilmente.

Emiliano

P.S. Per favore, e te lo chiedo con le mie ultime forze, fa si che almeno per Cristina non sia la fine.

Le lacrime increspano il foglio che lentamente volteggia verso il pavimento.
Salvatore riesce a vedere suo figlio per la prima volta, troppo tardi.

MC

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11 pensieri riguardo “Lettera a un Padre Assente”

  1. rispecchia la realtà di molte situazioni..non sempre certe storie sono solo frutto di immaginazione…questa comunque, reale o inventata che sia, lascia qualcosa e non solo due o tre lacrimoni lungo il viso. ci porta a rivalutare e a rivedere tutti i rapporti…
    grazie!

  2. come ha scritto sc ,purtroppo possono essere anche storie reali…..che nn solo ti lasciano gli occhi gonfi di lacrime, ma ti insegnano che la vita bisogna apprezzarla, sempre, in qualunque situazione, anche quando l’incomprensione ti distoglie dalla razionalita…..la vita con tutte le sue problematiche…..necessita di essere vissuta sempre…..complimenti hai scritto ….un racconto che sicuramente ci fa riflettere e spero ci sia di insegnamento nel comportarci…. dando la giusta importanza alle persone a noi vicine.
    Sono fiera di te ❤

  3. è un susseguirsi di emozioni incredibilk. davvero coinvokgente e scorrevole.
    mi ha colpito parecchio,complimenti… sarebbe bello un seguito.

    un bacio,Ada

  4. Situazioni come questa sono davvero complesse da gestire: un punto di vista può essere offuscato dai forti sentimenti. La maggior parte dei problemi deriva da mancanza di comunicazione, anche dalla mancata voglia di venirsi incontro. Quando si tratta poi di legami familiari tutto inizia a vacillare e senza un punto fermo si può solo andare alla deriva. Questa è la conclusione della trilogia di racconti, trilogia drammatica… Sono felice che vi sia piaciuta… 😀

  5. Sconvolgente e realistico il racconto ma spero con tutta me stessa che sia solo un racconto.
    Che ci sia un lieto fine.
    Lo so, ci sono storie vere così drammatiche ma voglio continuare a credere che il bello vinca. sempre.
    Un saluto

    1. Si, è l’ultimo di una trilogia di racconti. Il lieto fine di questa storia non è consueto, ma Cristina, la protagonista femminile, grazie all’estremo gesto di Emiliano, comprende che vivere è una scelta, e per lui si darà una possibilità. Ti dirò, anche io, quando rileggo questa storia, vengo scossa dalle amare emozioni, ma l’ho scritta per sottolineare quanto una chiusura emotiva possa castrare un’attesa felicità. Grazie per il commento, anche a me piace pensare che il bello vinca, magari per loro non è ancora la fine!
      MC

  6. Ho trovato molto, molto interessante, commovente e profonda questa lettera (vera o meno che sia, lascia veramente uno spunto di profonda riflessione). A volte ci si può chiedere se i rapporti che abbiamo con gli altri, se mai (e spero mai per chiunque) degenerassero in uno stato di chiusura verso il mondo esterno, possano essere ripresi, possano riaffiorare e guarire… molti ho notato che offrono delle “guide” per ristabilire i rapporti con gli altri. Invece di aiutare, spesso ci trincerano molto di più in uno stato di insicurezza e di vuoto, di lontananza. Sai dove ho trovato invece un qualcosa di più di una “guida”? Bè, sembrerà strano, ma trovo che la cosa più utile e sensata sia no le Sacre Scritture… lì il nostro Creatore ci dà degli ottimi consigli su come stare bene con gli altri e come uscire da quel senso di vuoto che a volte potremmo provare nel nostro io più profondo. Inoltre ci permette di sperare per il futuro… ma comunque questa rimane una mia ferma convinzione, mi fa piacere scambiare un opinione insieme. Spero che mai nessuno debba arrivare al punto di agire come Emiliano. A volte, penso, sarebbe bello vedere cosa dicono le Scritture come facevano i nostri nonni e i loro nonni prima di loro… Romani 15:4

    1. Ciao Andrea, questo è l’ultimo di una trilogia di racconti (L’ultime lettere di Emiliano Penna, L’unica Lettera di Cristina Donato), non è una storia vera. Sono felice che il mio racconto ti abbia toccato e spinto alla riflessione, grazie. Credo anche io che sia sbagliato trincerersi in noi stessi, anzi, bisognerebbe sempre essere aperti agli altri, al mondo!
      Grazie ancora, a presto!
      MC

  7. Grazie, anch’io, benchè abbia 21 anni, penso che sia molto importante aiutarsi a vicenda, specie in questo periodo di tempo. Oltre che ad avere una apertura mentale verso chiunque. Ti auguro una buonaserata e spero di risentirci.

  8. Scriverò una lettera a mio padre prendendo spunto da qui…ma io non mi suiciderò per colpa sua. :”(

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